25 anni fa la Mafia uccideva Libero Grassi. Su Rai uno la docufiction Io Sono Libero

25 anni fa, a Palermo, a pochi passi da casa sua, moriva Libero Grassi. Fu freddato a colpi di pistola alle 7.30 di mattino mentre andava a lavorare.Fu ucciso perché si era ribellato alla mafia. Fu assassinato perché aveva fatto troppo “scuscio”. Libero Grassi non era un giudice, non era un magistrato, non era un giornalista, era un imprenditore che non voleva pagare il pizzo. E non solo non voleva pagare aveva anche deciso di denunciare i suoi estorsori. E non si era limitato a farlo a livello locale, aveva “osato” raccontare la sua disavventura sulle reti televisive nazionali. L’11 aprile del 1991, pochi mesi prima del suo omicidio, Libero fu ospite della trasmissione Samarcanda che andava in onda su Rai Tre. Ad un giovanissimo Michele Santoro l’imprenditore siciliano aveva spiegato : «Io non sono pazzo, non mi piace pagare, è una rinunzia alla mia di dignità di imprenditore». Il coraggio di Libero Grassi non piacque proprio a tutti e il 29 agosto del 1991 qualcuno decise di farglielo capire, una volta per tutte. Era una tranquilla mattina d’estate, Pina Maisano Grassi, la moglie di Libero, ricorda in una intervista di averlo accompagnato sul pianerottolo e di averlo salutato. I colpi di arma da fuoco che udì pochi istanti dopo essersi chiusa la porta alle spalle non la impensierirono immediatamente. Solo quando un vicino suonò al campanello chiedendo se il marito fosse in casa capì che quegli spari uditi poco prima gli avrebbero cambiato la vita per sempre..

In occasione del 25esimo anniversario della sua morte, ieri sera è andata in onda su Rai Uno la docu-fiction Io sono Libero, che ha raccontato con scene recitate, interviste e immagini di repertorio la coraggiosa storia del siciliano ucciso dalla mafia.

Libero Grassi non era di Palermo, era nato nel 1924 a Catania. Figlio di genitori antifascisti, a otto anni insieme alla famiglia si trasferì nel capoluogo siciliano. Studiò al liceo Vittorio Emanuele di Palermo, poi si trasferì a Roma. Per evitare di combattere  a fianco di nazisti e fascisti in una guerra che giudicava ingiusta (Seconda Guerra Mondiale) entrò in seminario, che abbandonò subito la fine del conflitto per tornare a Palermo e iniziare gli studi in giurisprudenza. All’inizio degli anni 50 con il fratello creò un’azienda nei pressi di Milano, poi fondò una propria azienda di biancheria a Palermo, che arrivò a contare 250 operai. Appassionato di politica negli anni 60 inizia a scrivere articoli per alcuni giornali e in seguito, insieme alla moglie diventa anche attivista del Partito Radicale di Marco Pannella. Negli anni Ottanta ricevette le prime minacce dagli estorsori che gli avevano chiesto 50 milioni di lire. Su una lettera inviata al Giornale di Sicilia aveva spiegato perché si era rifiutato di pagare il pizzo e perché si era rivolto alla polizia per ricevere protezione.

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