Dal Bronx.. a Broadway.. La riscossa di Fontanelle

L’odore di vernice fresca e di legno appena tinteggiato e di pareti affrescate, è la prima cosa che prende alle narici girando per i lucidi e nuovissimi corridoi e perdendosi come dentro un labirinto di stanze e stanzette e camerini ancora quasi vuoti ma fervidi di attesa. È un odore di nuovo che non ti lascia fino a che non esci dal teatro. Tutto è nuovo in un luogo che proprio nuovo non è. È un luogo costruito all’ inizio degli anni novanta e mai completato per una manciata di milioni e lasciato ad un lento ed inesorabile declino, come se fosse legittimo far deperire una struttura che ha tante potenzialità e che può rappresentare per la città e per un quartiere, la rinascita, la svolta verso il cammino della speranza. Dopo 25 anni dunque ha aperto il Pardo, ripulito dal guano degli uccelli che ne avevano fatto il loro ricettacolo e dalla polvere e dai materiali di risulta delle ditte di costruzioni, irriguardosi scempi che lo avevano ridotto, di fatto, ad una discarica. E le erbacce e la spazzatura dell’esterno completavano il quadro tetro di abbandono, di sconfitta di una città piegata, afflitta da tanti mali e che pure pare trincerata nel suo incomprensibile silenzio. Accade ben poco a Trapani, esternamente almeno pare tutto calmo. Una parvenza di tranquillità che nasconde affari e trame complicate, conosciute soltanto a quelli che vi sono dentro o che vi sono semplicemente lambiti e che pure ne pagano le conseguenze. Trapani sembra tranquilla e tranquilla in effetti non è. È agitata da lotte intestine politiche e di interessi economici che ne fanno una città dilaniata e a tratti bloccata da chi non concede spazio a professionisti capaci e in grado di sbloccare molti progetti che languono.
Trapani che non aveva un teatro dai tempi della seconda guerra mondiale (il Garibaldi venne distrutto dai bombardamenti del ‘43) adesso ce l’ha e sorge proprio in un quartiere disagiato, un bronx come lo ha definito il combattivo direttore dell’Ente Luglio Musicale trapanese che è anche il nuovo direttore del teatro Pardo di zona Fontanelle. È un uomo entusiasta Giovanni De Santis. Un uomo determinato nei suoi obiettivi e che ha accettato la sfida di cambiare il destino già scritto di un quartiere proletario e senza prospettive. “Fra gli emarginati ci sono le intelligenze più fervide e interessanti della città. I ragazzi abituati alla lotta perché non hanno avuto nulla regalato dalla vita, sono capaci di inventiva. La vita è competizione. Slancio, creatività e questi ragazzi traboccano di idee. Abbiamo bisogno degli ultimi che hanno propensione al sacrificio per ricostruire un Paese che si è dimenticato di essere inventore”. Sono parole dello stesso De Santis che fortemente ha voluto la riapertura del teatro che ha inaugurato la nuova stagione teatrale con la rappresentazione della
“Lucia di Lammermmor” di Gaetano Donizzetti. Il Progetto di De Santis è ambizioso e straordinariamente utile socialmente. Il modello a cui il vulcanico direttore si ispira è quello adottato nel quartiere Librino di Catania, a Villa Fazio, luogo di aggregazione giovanile dove i bambini del quartiere tutti i pomeriggi dopo la suola si recano per fare i compiti e frequentare laboratori creativi, attività che li distolgono dalla strada e dalla sensazione di essere destinati ad una vita degradata e senza prospettive future. E’ un modello positivo che vorrebbe esportare anche a Trapani perché, come dice lo stesso “non dobbiamo inventare nulla perché tutto è già stato fatto, semmai si tratta di copiare e di metterci tutta la buona volontà per portarlo avanti”. In effetti il quartiere Fontanelle è il tappeto sotto il quale è stata nascosta la polvere ma paralizzare una parte della città in età produttiva, significa inficiare la società, depauperandola di forza lavoro, di idee e di innovazione. Non è ghettizzando gli ultimi che ci si preserva dalla micro criminalità, dalle paure che affliggono le nostre esistenze ma integrando chi, per emarginazione e mancanza di istruzione, decide di vivere una vita ai margini. Il modello amato da De Santis è la scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani, sacerdote pedagogo che inventò il metodo vincente dove il più grande insegna al più piccolo, una sorta di staffetta che aiuta a crescere sani. Il teatro Pardo, nel sogno (ma è più che un sogno è magnifica realtà) di Giovanni De Santis, è un luogo aperto ai giovani che possono frequentare i laboratori creativi pomeridiani e imparare un mestiere. Il coro delle voci bianche è gratuito così come tutte le altre attività sportive che si svolgono nella grande e attrezzata palestra adiacente al teatro. E ha ottenuto questo vantaggio mettendo a disposizione delle Polisportive che non avevano una sede proprio la stessa palestra e in cambio ha ottenuto lezioni di judo e karatè per i ragazzi del quartiere.
“Io non ho fatto scelte che sono sembrate calate dall’ alto né ho costretto gli abitanti del quartiere ad accettarle.
Li ho coinvolti rendendoli partecipi, facendoli lavorare per realizzare i lavori di completamento e pulizia. Ho coinvolto i servizi sociali e i centri di aggregazione giovanile perché spiegassero che per loro l’apertura del teatro e le attività pomeridiane in esso sono un beneficio e non uno sfruttamento. Si tratta di modificare un comportamento, innescando un’idea di vita nuova e speranzosa. Penso a quello che è stato fatto nelle favelas brasiliane. Sono stati recuperati dei bambini sottraendoli ad un destino di perdizione e di morte, facendoli suonare in una banda. E adesso fanno concerti in tutto il mondo. Il compito della politica non è quello di dare un lavoro ma di creare le condizioni affinchè ognuno possa fare quello per cui è portato. Solo così, in effetti un uomo è felice e rende meglio. Per quanto riguarda i finanziamenti, la logica del questuante non funziona. Chi dà i soldi deve vedere il vantaggio, il ritorno sociale, le opportunità che si creano. Nessuno vuole finanziare un carrozzone che rende poco e assorbe molto”. In questo progetto, oltre ai ragazzi del quartiere, sono stati coinvolti gli immigrati del centro di accoglienza di Trapani. De Santis si è rivolto al prefetto per avere il suo benestare e ha utilizzato per pagare la manodopera dei richiedenti asilo i fondi ministeriali. “Voglio una città pop, un quartiere pop. E intendo chiamare artisti per realizzare murales coinvolgendo i ragazzi del luogo per abbellire le facciate dei palazzoni teatri. La bellezza è un antidoto al Male, soprattutto al male di vivere che toglie la speranza e la voglia di vita. Togliendo la spazzatura faremo l’arena all’ aperto. Voglio concerti con nomi del calibro di Piero Pelù. E la concessione di micro prestiti per piccoli negozi e piccole attività artigianali e la realizzazione di orti urbani. In Europa c’è molta attenzione per i progetti inerenti la riqualificazione delle aree urbane degradate e per la cultura. Non perdiamo questo treno. I fondi ci sono, si tratta di proporre i progetti in modo giusto. La periferia non è ancillare”. E lo credo anch’io. La periferia è il centro a cui attingere.
Una forza centripeta che attrae e rilascia ciò che vi è stato messo dentro.
Mentre chiacchieravamo l’orchestra provava sulle note di Donizzetti. Le note si confondevano con le parole cariche di energia e le promesse questa volta non immateriali ma reali. La visione umanistica di De Santis sposa mirabilmente la concretezza del manager. Un connubio prolifico che i progetti conquista chi lo ascolta. Le contrapposizioni politiche lo hanno amareggiato, a tratti svilito, ma lui, che è un vulcano, ha saputo trovare le soluzioni difendendo la sua idea di riscossa pop del quartiere ghetto che ha cominciato a sperare.

Tiziana Sferruggia