Cultura & Eventi. I Prisenti di Gibellina

Ritorniamo a parlare di tradizione, perché, come avevo scritto precedentemente, la tradizione è la storia di un popolo, è la nostra identità culturale e necessita di essere salvaguardata, tramandata, ricucendola con il “filo” della contemporaneità. La pratica del cucire, del ricamo, è custode di un sapere antico dall’importante valore antropologico, non si limita al decoro ma oltrepassa i limiti strutturali per farsi racconto del passato attraverso il presente, dell’arcaico nel contemporaneo.
Il Museo delle Trame Mediterranee, ospitato all’interno della casa baronale di Baglio di Stefano a Gibellina, sede dell’Istituto di Alta Cultura Fondazione Orestiadi Onlus e istituito da Ludovico Corrao nel 1996, si presenta come un contenitore di opere e manufatti realizzati dalle mani di differenti culture che hanno abitato il contradditorio e multiforme Mediterraneo. Pitture, sculture, ceramiche, gioielli, abiti, arazzi e i “prisenti”.
Chi ha sentito parlare di quest’ultimi, ricorda senz’altro i cortei processionali che attraversavano il paese durante le feste patronali o le giornate di ricorrenza dei santi. In occasione della festa di San Rocco a Gibellina, venivano portati in processione lunghi drappi ricamati che nel Settecento presero il nome di “Prisenti”. Si suole far risalire la nascita di questi drappi alla festa del “Santissimu Crucifissu Festa Ranni” verso il Cinquecento. Durante la processione del santo Crocefisso si esibiva un drappo di velluto di seta. Ma la storia dei “Prisenti” ha radici ancora più antiche e si ritiene che siano stati gli arabi a diffondere la pratica del ricamo del “Prisente”. Essi erano soliti ricoprire le tombe dei custodi con un drappo verde.
Questi “Prisenti”, vennero abbandonati in seguito al sisma del 1968 che rase a suolo la cittadina siciliana di Gibellina e poi ripresi nel 1981 da Ludovico Corrao grazie al prezioso lavoro svolto dalla cooperativa delle donne ricamatrici di Gibellina che realizzarono un grande drappo rosso con spighe dorate ricamate. Dopo quell’anno vennero invitati sempre da Corrao artisti quali Michele Canzoneri, Pietro Consagra, Alighiero Boetti, Sami Burhan, Carla Accardi, Giuseppe Santomaso, Giulio Turcato, Carlo Ciussi, Isabella Ducrot, Renata Boero, Marco Nereo Rotelli, Nja Mahdaoui e nel 2015, da Gandolfo Gabriele David a creare i famosi “Prisenti”.
Dopo la presenza alla Biennale di Venezia del 1993 a cura di Achille Bonito Oliva , i “Prisenti di Gibellina” fanno il loro ingresso negli spazi dell’Albergo delle Povere di Palermo. La mostra, conclusa l’otto gennaio, è realizzata dalla Fondazione Orestiadi, dal Comune di Gibellina e dal Polo museale regionale d’arte moderna e contemporanea ed è stata un’occasione per poter conoscere queste opere reinterpretate dagli artisti sopracitati e ricamati dalle donne del luogo.
Il filo scrive parole che divengono segni e disegni nel “Prisente” dell’artista, Marco Nereo Rotelli che con le parole ha raccontato esistenze, vite, la propria. “L’azione dello spirito infranga la durezza dei cuori”, concessa da Papa Giovanni Paolo II, Rotelli la fa propria come dono divino e si affida alle mani delle ricamatrici siciliane, depositarie di una secolare sapienza.
Quello di Alighiero Boetti che desidero menzionare a tal proposito, è un’interessante variazione sul tema delle famose “Mappe”. Il suo “Prisente” del 1985, in raso lucido e lungo 210x1080cm, resta fedele alla struttura-mappa, posizionando al centro la Sicilia chiusa all’interno di un cerchio, attraversata da due file di cammelli e da delfini. A decorare il bordo, le sue tipiche lettere colorate, inconfondibile cifra stilistica dell’artista.

Gianna Panicola