Trapani, condannato l’autore de “Una toga amara”

Salvatore Mugno è stato condannato, in primo grado, per diffamazione. Lo ha stabilito il giudice della sezione monocratica del Tribunale del Capoluogo. L’autore de “Una toga Amara” dovrà pagare un’ammenda di 1000 euro, 3 mila euro di spese processuali ed un risarcimento danni di 8 mila euro, a causa di alcune frasi inserite nel suo libro.

Il volume dello scrittore trapanese racconta la storia di Giangiacomo Ciaccio Montalto- sostituto procuratore presso il Tribunale di Trapani a partire dal 1971- ripercorrendo le sue inchieste contro la mafia dei Corleonesi,   prima del suo assassinio, avvenuto il  25 gennaio 1983 davanti la sua abitazione di Valderice.

Mugno era stato querelato da Giorgio Collura, dirigente all’epoca della Squadra mobile. Secondo l’accusa, nel libro, Collura sarebbe  stato additato come «persona riprovevole, autore di condotte illecite oltre che infedele servitore dello Stato». Lo scrittore  ricorda che Giorgio Collura fu arrestato il 2 novembre del 1984: «Nel mandato di cattura firmato dal giudice istruttore di Caltanissetta Claudio Lo Curto si parla di favoreggiamento aggravato e continuato nei confronti delle cosche mafiose del Trapanese». Salvatore Mugno, secondo l’avv. Bartolomeo Bellet che assiste il poliziotto, però, avrebbe “dimenticato” di riportare l’esito favorevole della vicenda giudiziaria di Collura, cioè della sua assoluzione, avvenuta nel 1991.

Collura aveva chiesto a Mugno un risarcimento danni di 50.000 euro. Le motivazioni delle sentenza saranno rese note entro 90 giorni. Salvatore Mugno ha comunque fatto sapere che ricorrerà in appello.

Un investigatore onesto, ingiustamente coinvolto in una vicenda giudiziaria, ed uno scrittore, sempre molto meticoloso, querelato per avere fatto riferimento a quella vicenda. Una sentenza amara, perché Salvatore Mugno è uno dei pochi scrittori che racconta e approfondisce le storie del nostro territorio e condanne come questa non fanno che rendere sempre più difficile questo compito. Probabilmente, se fosse stata approvata la nuova legge sulla diffamazione, che giace da quattro anni in Parlamento, e che prevede la non punibilità in caso di rettifica o integrazione, non si sarebbe arrivati ad un processo.