Stalker e femminicidio, l’indignazione falsa di un Paese che piange le sue vittime innocenti

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Nel 2016 se ne sono contate 120. Anche nel 2017 la media è di una vittima ogni tre giorni. Negli ultimi dieci anni le donne uccise in Italia sono state 1.740, di cui 1.251 (il 71,9%) in famiglia. Gli omicidi in ambito familiare, comunque, secondo le forze dell’ordine, sono in lieve ma costante calo: 117 nel 2014, 111 nel 2015, 108 nel 2016. Ad accomunare i tanti casi spesso ci sono incomprensioni e tensioni familiari, il desiderio di separarsi, l’affidamento dei figli. A rendere la vita impossibile alle donne sono anche gli stalkers, uomini che perseguitano le loro “vittime” scelte o prescelte su cui sfogare le proprie frustrazioni, il proprio disagio. Si fissano su una donna e si appostano sotto casa, la chiamano al telefono, di fatto, impedendole di vivere in libertà la propria vita. Sono 3 milioni e 466 mila in Italia, secondo l’Istat, le donne che nell’arco della propria vita hanno subito stalking, ovvero atti persecutori da parte di qualcuno, il 16% delle donne tra i 16 e i 70 anni. Di queste, 2 milioni e 151 mila sono le vittime di comportamenti persecutori dell’ex partner. Ma il 78% delle donne che ha subito stalking, quasi 8 su 10, non si è rivolta ad alcuna istituzione e non ha cercato aiuto. Fra queste, non vi è la coraggiosa giornalista marsalese Antonella Lusseri, che ha diramato agli organi di stampa una lettera con cui ribadisce con la fermezza che la contraddistingue la sua “paradossale” situazione. Antonella Lusseri ha denunciato il suo stalker, un uomo che vive in una casa attigua alla sua, nello stesso pianerottolo anzi, un uomo che è stato condannato all’obbligo di dimora e che dunque, costretto a stare a casa, di fatto, lei è costretta quantomeno ad incontrarlo quotidianamente, con buona pace della serenità. Il paradosso sublime è questo, “vittima” e ” colpevole” costretti a convivere nella stessa casa, ad incontrarsi, a vedersi, in una incomprensibile promiscuità.

Ecco la lettera scritta da Antonella Lusseri.

 

Maria Nastasi, incinta al nono mese di gravidanza, era andata a fare una passeggiata col marito, lui l’ha portata al largo e le ha dato fuoco, con la complicità dell’amante; Donatella aveva più volte allertato tutti sulle sue paure sull’ex compagno, nessuno le ha voluto dare ascolto e adesso vive con il dolore di una figlia uccisa con un colpo di pistola in faccia; era per lei un normale innamoramento fra adolescenti ma Noemi non c’è più, dopo essere finita in un labirinto di odio, denunce e perdizione. Le giornate di questa estate sporche di sangue sono inarrestabili, 4 le vittime in 24 ore, fra il 13 e il 14 luglio.

Maledico il giorno in cui ho messo firma alla mia denuncia contro uno stalker. Avevo paura e mi sono affidata alla giustizia, ma la decisione è stata giusta? Da allora il mio calvario di attese e di paure, di incertezze, mi ha fatto vittima ancora una volta, con uno stress psicofisico devastante, per una come me abituata a vivere in piena libertà la propria indipendenza. Dopo il suo allontanamento da casa (trattasi di un vicino che abita in un appartamento non di sua proprietà sottostante al mio con unico ingresso comune) durato circa un anno, per ben tre volte me lo sono ritrovata di nuovo a girovagare sotto casa, senza che me ne sia stata fatta comunicazione, in palese violazione della legge sullo stalking, art. 612 bis cp, secondo cui la vittima deve essere notiziata subito dell’eventuale revoca o modifica della eventuale misura cautelare inflitta allo stalker. Chissà se qualcuno avrà mai responsabilità in merito o sarà richiamato per la grave inottemperanza?

Ma una cosa è certa: nel confronto tra chi è nel giusto e chi ha violato la legge, il nostro Paese si schiera dalla parte del reo piuttosto che tutelare la vittima.

Nel mio caso, con l’ordinanza del Tribunale del Riesame di Palermo che non reca alcuna motivazione, rappresentata dalla firma del giudice Gabriella Di Marco, che ha annullato le misure di allontanamento del Tribunale di Marsala, si dà a questo individuo la possibilità di muoversi liberamente nel mio stesso spazio, con l’unico obbligo della firma presso il commissariato, facendo decadere quindi il precedente divieto di dimora e di avvicinamento. Il Tribunale sta dicendo che lui ha diritto a vivere in quella casa non sua, sottostante l’abitazione di cui sono proprietaria, sulla quale ho pagato le tasse pensando anche di poter avere diritto ad una tranquillità domestica che oggi invece mi è negata. Ma non scappo, non vado via. Dò seguito a quanto deciso dalla giudice Di Marco che in sostanza non vede motivi di pericolosità per la mia incolumità fisica, nonostante io abbia denunciato per stalking un pluripregiudicato, recidivo.  Testimonianze, prove inconfutabili, aldilà di ogni ragionevole dubbio, sul perdurare degli atteggiamenti persecutori nei miei confronti, come danni alla macchina, all’abitazione, lettere di minacce e minacce di morte verbali con il sequestro da parte dei carabinieri di un’arma da taglio, non valgono a nulla dinnanzi al diritto di un criminale di restare in una casa non sua.  

Il mio grido di amarezza e di aiuto è lo stesso di quello di tante altre donne rimaste inascoltate e purtroppo alcune destinate a una fine tragica. Tutto ciò che accade intorno a noi ci appartiene. Per questo, nonostante il peso di esporre il mio essere inerme davanti una vicenda personale, non posso che pensare a tutte le altre vittime che non hanno più la voce per gridare. Come Noemi e le altre, adesso posso dire di conoscere anche io quella sensazione di paura che dura dal 2013, legata al fatto che c’è qualcuno che si è fissato con te, che vuole farti del male, che non perde occasione per ricordartelo. Io conosco l’inquietudine e il turbamento psicologico struggente che si provano ad un suo sguardo, ad un gesto, ad aprire la porta di casa nella speranza che non accada nulla.

Le massime autorità governative, Boldrini, Grasso, la classe governativa fanno finta di indignarsi appellandosi alla prevenzione per arginare l’indecente tasso di mortalità per femminicidio; ma perché non supervisionano loro stessi l’applicazione delle norme varate per prevenire morti, accertando che ognuno faccia bene il proprio mestiere in ossequio alle leggi e non si comporti con leggerezza, disattenzione, superficialità avendo fra le mani la RESPONSABILITA’ della vita degli altri?!? La certezza di una poltrona, di un lauto stipendio a fine mese e questa sorta di immunità anche davanti ad errori eclatanti non potrà essere utile alla riduzione delle violenze. Perché tanto un criminale è cosciente che la pena detentiva sarà lieve e inadeguata al danno commesso. Si tenta di approvare nuove leggi ma le pene non si inaspriscono.  L’indignazione non basta per porre fine al dramma di vite innocenti strappate via dalla violenza, che sono l’espressione di un paese incivile, che non riesce a tutelare le sue figlie. Urge un intervento e un controllo governativo immediato prima di piangere per il dramma del prossimo sparo in faccia!!!

Antonella Lusseri

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