La famiglia in crisi e le responsabilità delle istituzioni

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In Italia per alcuni milioni di persone esiste un problema che rappresenta un’autentica priorità: come organizzare la vita familiare dopo la separazione in modo da rendere minimo il sacrificio e il danno che ne ricevono i figli? Esistono da tempo due correnti di pensiero in proposito. Alcuni pensano: bisogna assicurare stabilità, conservare un habitat familiare unico e certo, punti di riferimento sicuri. E su questa base si è proceduto fino al 2006. Ma altri replicavano: la stabilità che serve è prioritariamente quella affettiva, non quella logistica; i legami da tutelare sono anzitutto quelli con i due genitori, non quelli con le pareti domestiche. Dal lungo confronto tra questi due schieramenti nacque a suo tempo l’affidamento condiviso, che accoglieva le tesi del secondo gruppo e intendeva premiarle. Una situazione che contraddice, evidentemente, i pilastri sui quali poggia uno stato di diritto. Per tacere sul fatto che le conquiste del 2006 hanno subito ulteriori decurtazioni per effetto degli illegittimi stravolgimenti operati senza delega dal decreto filiazione. Una evidente dimostrazione dell’arroganza che può avere il potere. Tuttavia, al di là di aspetti prettamente giuridici, il problema è che l’applicazione tradisce anche la coerenza e il buonsenso. Visto che l’Italia gode del triste primato del numero di condanne per violazioni dei diritti dell’uomo, perché si continua a non rispettare le regole del giusto processo? Visto che si pretende – giustamente – che ogni decisione sia assunta in nome dell’esclusivo interesse del minore, perché non si comincia con il rispettare i suoi diritti, già scritti e solennemente dichiarati indisponibili? E il primo fra tutti, in caso di separazione, è quello a un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori e a ricevere le cure di entrambi. Visto che si raccomanda di contenere in tutti modi il conflitto, perché assumere decisioni discriminatorie, che sembrano fatte apposte per scatenare le liti? Possibile che non si comprenda, ad esempio, che se la frequentazione è davvero equilibrata – come legge comanda – si può evitare di togliere la casa al proprietario, circostanza che allarga in conflitto agli interi clan familiari? Perché, in definitiva, favorire i cattivi genitori a danno dei buoni? Come non vedere il danno che produce designare sistematicamente un “genitore collocatario” che, da una parte continua a passare la stragrande maggioranza del tempo con i figli, si prende la la casa e riceve dall’altro del denaro che può gestire del tutto a modo suo, ma dall’altra deve prendersi cura di tutto, sacrificando il proprio tempo, la vita privata e le opportunità di carriera? Come non accorgersi che questo meccanismo premia i padri assenti che preferiscono giocare a calcetto e penalizza quelli che vorrebbero educare i propri figli ed essere presenti adeguatamente nella loro vita? Che mette armi micidiali in mano a madri possessive e vendicative, ma lascia sole le tante illuminate che vorrebbero un maggiore coinvolgimento paterno? Perché chi si batte giustamente a favore delle pari opportunità tace sulla scandalosa gestione della famiglia separata, che imprigiona le madri nelle cure domestiche e dei figli? E qui il problema diventa politico. Anche in questa legislatura il Parlamento ha avuto per le mani otto disegni di legge tutti trasversalmente destinati, con non significative differenze, a porre rimedio alle disfunzioni sopra lamentate; ma nulla ha concluso. È stata nominata la relatrice, effettuata la relazione generale e svolta una seduta. Il tutto in tre anni, alla media di una seduta all’anno. Un disegno di legge, in particolare, il 2049, è stato depositato oltre due anni fa e ancora non è stato neppure stampato! Come si pensa che la popolazione valuti il totale disinteresse della politica per problemi che mordono quotidianamente la carne di centinaia di migliaia di cittadini? Se il numero degli astenuti cresce ad ogni tornata elettorale, e così il voto di protesta, sarebbe opportuna una assunzione di responsabilità e un cambiamento di rotta, anziché esprimere rassegnata preoccupazione nei talk-show televisivi. Tuttavia vogliamo sperare che non sia detta l’ultima parola. Che qualcuno si accorga del macrospico errore compiuto e prenda credibili impegni per l’immediato futuro.

Marino Maglietta
Pres. Ass. Naz. Crescere Insieme

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