Cantine Fina: Tanta passione, fatica e dedizione Se si diventa grandi non è un caso

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«Per vincere bisogna avere buoni maestri e collaboratori efficienti. Passione, fatica, dedizione. Se si diventa grandi, non è un caso, dietro c’è sempre una grande preparazione e i risultati arrivano e sono soprattutto riconosciuti». Con queste parole Bruno Fina patron delle omonime cantine ha espresso la sua comprensibile soddisfazione ai lusinghieri risultati ottenuti alla ventiquattresima edizione del Councors Mondial di Bruxelle che quest’anno si è tenuta dal 5 al 7 maggio a Valladolid, in Spagna, nelle regioni Castiglia e Leon. Sbaragliando le 9080 etichette partecipanti, il kikè ha ottenuto la Gran Medaglia d’oro come miglior vino bianco rivelazione. Il kikè ha vinto, anzi ha stravinto, ma non è il solo vino di queste cantine ad avere ottenuto i prestigiosi premi in uno dei più rigorosi concorsi enologici internazionali. Anche il Nero d’ Avola è medaglia d’oro, mentre al Kebrilla è andata la medaglia d’argento così come al “caro maestro” annata 2012. è un traguardo importante per questa azienda giovane e dinamica di cui Bruno Fina è il patron, il capostipite, ma il suo successo è merito anche dei figli Federica, Marco e Sergio, validissimi collaboratori, fondamentali per ottenere i lusinghieri risultati di un’azienda che da quando è nata, nel 2005, è in costante crescita. «Il premio rivelazione e le medaglie d’oro ottenute per i vini rossi – dice Fina – premiano la scelta trentennale della nostra azienda di percorrere una strada originale per la valorizzazione del Nero d’Avola. Un lungo lavoro che si connota per essere il risultato della sperimentazione portata avanti in oltre 30 anni di ricerca sui cloni della varietà siciliana per eccellenza, per individuare il miglior adattamento al nostro territorio». A leggere i tabloid che si occupano di vini e gastronomia, la Sicilia in effetti, per i risultati raggiunti in campo vinicolo, è “sul tetto del mondo” e in questa posizione di tutto rispetto, ci sono anche le sue cantine. Bruno Fina nasce come enologo nella cantina sperimentale di Diego Planeta, un edificio in aperta campagna fra Virzì e Camporeale. L’avventura parte nel ’91 e da quel momento lo porterà a fare esperienze preziose per la sua carriera di imprenditore. «La collaborazione con Planeta – afferma Fina – mi ha aperto la strada. Mi diede l’importante incarico di enologo responsabile nella cantina di microvinificazione dove ho avuto la grande fortuna di fare esperienze fondamentali. Lì ho conosciuto lo chardonnay, il cabernet, il merlot, che qui in Sicilia erano quasi sconosciuti. Mi appassionai subito anche perché arrivavano vini da tutte le parti della Sicilia». «Diego Planeta – aggiunge Bruno Fina – è stato un maestro lungimirante. Grazie a lui si sono fatti centri sperimentali su tutto il territorio regionale, dall’ Etna fino a Pantelleria, Marsala, Castelvetrano. Si sono ambientate le nuove varietà internazionali che fino agli anni ’80 non esistevano in Sicilia dove si produceva il 50% di catarratto a fronte dei 12 milioni di quintali di uva ricavati. L’immagine della Sicilia – prosegue – era di produzione di vini di largo consumo e poi si distillava. Toccavo con mano la ricerca. Dopo un anno, Planeta ci affiancò un nome conosciuto in tutto il mondo, un uomo straordinario, Giacomo Tachis, il padre del “sassicaia” e del “tignanello” che ha creato i grandi vini italiani, sia in Toscana che in Sardegna. In effetti Bruno Fina ci tiene a precisare che collaborare con lui è stato fondamentale. Per lui è stato un arricchimento notevole anche perchè, la Sicilia ha grandi potenzialità che ancora non sono tutte conosciute. Tachis l’ha incoraggiato molto in un periodo in cui davvero Fina non possedeva ancora nulla e ha iniziato a comprare le uve che i produttori portavano nelle cantine. «Erano uve “nuove”, dice Fina, adatte a fare i vini sperimentali per la nostra terra, uve per chardonnay, cabernet, sirah e merlot. I produttori erano restii a coltivarle. Rendevano poco. Quando si garantì loro 100 quintali per ettaro a prescindere dal raccolto, le cose per fortuna cambiarono. Io le compravo, affittavo parte delle cantine per vinificare, e poi vendevo il prodotto già dalle cisterne. Erano prodotti interessanti e molte aziende del nord avevano bisogno di questi vini. Da noi era più facile fare vini molto più strutturati, più ricchi di tannini che al nord, abbiamo luce e sole e questo ci favoriva. Non sapevamo ancora che un cabernet siciliano era una potenza e invogliato dalla vendita che ho fatto subito, anche i produttori si sono invogliati a impiantare questi vitigni. Si è innescato così un circolo virtuoso a vantaggio dell’innovazione. Ben presto, prosegue Bruno Fina, mi sono ritrovato a lavorare trentacinquemila quintali di uva proveniente da varie parti della Sicilia. Poi ho deciso di realizzare una cantina mia. E dal 2005 iniziai a vinificare qui, in questo posto magnifico, dove siamo adesso, e poi ho iniziato a imbottigliare. Ora esportiamo in tutto il mondo. Siamo cresciuti in credibilità e numeri. Quattrocentomila bottiglie che partono da qui, portano in giro per il mondo il colore e il sapore della nostra terra. Imbottigliare e vendere è difficile. Ci vuole una rete commerciale di distribuzione. Siamo conosciuti anche in America, Germania, Svizzera, Giappone, Cina e Brasile. Per lavorare bene sono necessari ottimi collaboratori oltre che, ovviamente, condizione imprescindibile, l’ottima qualità dei prodotti». Il magnifico posto a cui si riferisce Fina è il luogo incantevole in cui sono situate le cantine. La vista che si gode dalla terrazza è magnifica. Un superbo paesaggio di collina che domina il mare azzurro delle Egadi e poi l’aria fresca, il vento che vibra fra le ginestre e i palmizi, un’armonia di colori e profumi forti, sconvolgenti eppure concilianti con la natura che è parte integrante, Madre e dispensatrice di frutti. Alle cantine Fina si producono ottimi vini e si celebrano eventi, degustazioni, aperitivi al tramonto in una cornice magica. Onore e merito per le aziende siciliane che si sono trovate a gestire una profonda crisi specialmente negli anni ’80. Dopo la questione metanolo c’è stata la rivincita, uno sprone in più per rialzare la testa, per dimostrare che la Sicilia non era soltanto questo, truffa, e acqua e zucchero, a che era possibile fare ottimi vini. La rinascita è stata dura. La Sicilia che vince, incanta, spiazza, domina e porta a casa risultati. Questa è la Sicilia che ci piace.

Tiziana Sferruggia