«Mi chiamo Piera Aiello e rivoglio il mio nome»: intervista alla candidata “senza volto”

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Avvicinarla è quasi impossibile. Un cordone di poliziotti la circonda per proteggerla e per intervistarla, devo declinare le mie generalità e chiamare il portavoce dei Cinquestelle marsalesi, il consigliere comunale Aldo Rodriguez. Piera Aiello è una donna che ha osato sfidare cosa nostra e la mafia, come si sa, non dimentica. A Partanna (TP), Piera Aiello, testimone di giustizia nei vari processi contro la mafia siciliana, nell’85 sposa Nicola Atria, figlio del boss Vito. Appena nove giorni dopo, il suocero, Vito Atria viene assassinato e sei anni dopo, nel ’91, nel ristorante di sua proprietà, ed in sua presenza, le verrà ucciso anche il marito. Piera Aiello decide così di collaborare con la giustizia e diventa così testimone di mafia, condizione che di fatto la costringerà a lasciare Partanna e a rinunciare al proprio nome per salvarsi dalla vendetta mafiosa. La cognata Rita Atria, all’indomani della strage di via D’Amelio, si suiciderà non reggendo alla morte del giudice Paolo Borsellino con cui aveva iniziato a collaborare. Adesso, 25 anni dopo, Piera Aiello è candidata a Marsala per il Collegio Uninominale della Camera con il Movimento Cinque Stelle. Sul “santino” elettorale non c’è il suo viso ma solo il suo “vero” nome. Non può essere infatti né ripresa né fotografata per ovvi motivi di sicurezza. La cosa che più colpisce della sua faccia sicuramente sono gli occhi vivissimi che per tutta l’intervista fattale al Comitato elettorale marsalese, non li ha mai abbassati. Piera la ribelle non si smentisce. Nemmeno questa volta.

Piera Aiello, simbolo della ribellione e della lotta, perché ha deciso di candidarsi?

«Mi candido perché in questo movimento riconosco le mie idee. Questo movimento ha attenzione per la gente che soffre e vuole lottare per i diritti dei più poveri. Anche io, anche se in modo diverso, in questi anni ho lottato e adesso, grazie a questo movimento, voglio riprendermi il mio nome, quello a cui, tanti anni fa ho dovuto rinunciare».

Cosa propone come messaggio agli elettori che dovranno votarla?

«Spero di dare un contributo notevole per l’affermazione della legalità in questo Paese che ne ha tanto bisogno. In Italia, questo argomento, finora è stato sottovalutato».

Come pensa di conciliare, se eletta, la sua attività di deputata con il suo necessario “anonimato”?

«Adesso, che sono ancora in campagna elettorale, non posso farmi vedere in volto per tutelare la mia persona e penso che la cosa interessante siano le mie idee e la mia volontà di rimettermi in discussione per lottare ancora. Se avrò la possibilità di andare alla Camera, uscirò finalmente allo scoperto e non sarò più quella donna che è stata “deportata” 26 anni fa da Partanna e catapultata in un altro posto a cui tra l’altro non mi sono mai abituata».

Non crede che questa deportazione come lei la chiama sia stata necessaria in quel caso per salvarle la vita?

«Molti testimoni di giustizia oggi scelgono di restare nel luogo in cui hanno sempre vissuto. Nel mio caso specifico, non c’era ancora questa possibilità. Io ho testimoniato nel ’91 e la legge sulla protezione attuale è uscita nel 2001. Io ero già uscita dalla forma economica prevista, si immagini. Lo Stato dovrebbe garantire a ciascun testimone di giustizia la protezione nel luogo di nascita e di residenza. Perché un testimone deve andare via? Perché deve andarsene uno che è dalla parte della giustizia e non il criminale? É un prezzo troppo alto da pagare. Io, il 27 gennaio di ogni anno, nel giorno della memoria, mi sento molto vicina ai deportati ebrei».

Quale altra causa politica le sta a cuore?

«Gli aiuti finanziari che vogliono dare i Cinque Stelle per le baby sitter e per le badanti, sono molto importanti. Attualmente queste insostituibili presenze, economicamente, gravano sulle famiglie ed è una cosa spesso troppo onerosa. Lo Stato deve garantire questo tipo di assistenza familiare. Molte donne devono rinunciare a lavorare perchè devono occuparsi dei figli piccoli e dei genitori anziani. Io come donna so cosa vuol dire. Le famiglie vanno aiutate. Altra cosa che mi sta a cuore è il Made in Italy. Abbiamo tanti prodotti che sono la nostra fortuna. Io farei anche il Made in Sicily. Abbiamo prodotti tipici locali che vanno tutelati».

É orgogliosa di essere siciliana e italiana?

«Certo! Nel nostro Paese ci sono moltissime persone oneste, anzi sono la maggioranza. Dobbiamo fare semmai qualcosa per scrollarci di dosso la nomea di essere il Paese dei criminali e dei puttanieri. Le racconto un aneddoto: anni fa, ero in aeroporto con alcune amiche per andare al Parlamento Europeo. Un impiegato dell’aeroporto non appena lesse che eravamo italiane ci disse: ah siete del Paese del bunga bunga? Mi sentii sprofondare. Per chi ci aveva prese? Possibile che un Paese come il nostro deve essere famoso all’estero per essere il luogo della mafia e del bunga bunga? La mia natura ribelle, questo, non può sopportarlo».

Cosa ne pensa lei degli scandali emersi in questi giorni e che coinvolgono i Cinque Stelle per quanto riguarda i rimborsi non dati?

«Io dico che in tutti i cesti di mele ci sono anche quelle marce. I cinque stelle non sono obbligati a versare parte del loro stipendio ma chi lo ha promesso e non l’ha fatto ha sbagliato eticamente. Di Maio è stato su questo chiarissimo. Queste persone devono andarsene perché non hanno rispettato i patti. Se si è cinque stelle bisogna tenere fede alla parola data. Non è possibile promettere una cosa e poi non mantenerla. In questo dobbiamo distinguerci».

Politici in mala fede ce ne sono tanti?

«Penso a Matteo Salvini che fino ad adesso ci ha snobbato e ora viene a chiedere i voti in Sicilia. Come dimenticare quello che la Lega diceva di noi meridionali? La Lega voleva addirittura la moneta diversa dal resto dell’Italia e la secessione».

Salvini ha però sdoganato questo Movimento politico e lo ha reso “nazionale” non crede?

«Mi dica una cosa, come puoi rompere con il passato se poi candidi Umberto Bossi? Bossi è il passato e si è “mangiato” pure mezza Lega. Un pò come Matteo Renzi che voleva abolire il Senato e ora si candida al Senato. Questa è incoerenza. Se ho deciso di combattere la mafia, lo farò per tutta vita anche a rischio personale. Non faccio le cose per convenienza».

Cosa ne pensa delle direttive dei cinque Stelle? Non crede che siano un pò ingerenti nella vita di ogni esponente?

«Ci sono delle regole e vanno rispettate. Il Movimento non impone nulla. Chi non vuole seguire queste regole non si candidi».

Non è previsto poter cambiare idea?

«Se è proibito fare una cosa ed è stabilito da una legge, io da buon cittadino devo attenermi a questo. Le regole del movimento esistono e vanno rispettate. Chi si candida e viene eletto e poi magari cambia idea, deve andarsene. É più elegante dire: scusate, ho sbagliato, me ne vado che essere colti in flagrante e protestare per negare l’evidenza».

Tiziana Sferruggia