Marsala, teatro semivuoto per l’ultimo spettacolo della stagione

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‘A supirchìaria”. Termine dialettale, parola che la dice lunga sulle ingiustizie, sull’iniquità, sulla sperequazione a cui, purtroppo, i più deboli, i più esposti, sono avvezzi. E le subiscono, muti, proni, forse rassegnati. Ma un moto di ribellione, di stizza, di rabbia feroce a volte prende alla gola, arrossa gli occhi, arrochisce la voce e allora, che vada in malora il sopruso, la sopraffazione, appunto. E allora si prova anche a scrivere un articolo come questo, cercando di essere obiettivi, chiari, magari giusti, per riequilibrare le parti.

Sembra un giro lungo ma non lo è. É l’incipit di un dramma, dell’ennesima triste e notoria coazione a ripetere fallimentare a cui abbiamo assistito da che è iniziata la stagione teatrale marsalese, la seconda a marchio “Ovadia/Incudine”, i due forestieri, chiamati a Marsala da una speranzosa  (forse ingenua) amministrazione comunale che ha affidato loro le sorti di una (zoppicante?) realtà culturale. Ma poi, era davvero così? Marsala non era all’anno zero, dal punto di vista culturale intendo. Eppure, l’attuale governo cittadino ha preferito affidare le chiavi della cultura a chi avrebbe dovuto riportare la gente a teatro, gente che, manco a farlo apposta, ha dato forfait, ha disertato, non è accorsa facendo la ressa al botteghino e neanche (a dire il vero) riempiendo a metà il teatro.

Ma questi amministratori ci hanno creduto veramente nella rinascita culturale  tant’è che, in vena di grandeur, (diremmo di megalomania) hanno snobbato un più “abbordabile” (dal punto di vista dei posti ovvio) Teatro Sollima che è già da sold out con 250 presenze e hanno preferito (calando improvvidamente tutte le briscole!) un più trionfante e trionfale Teatro Impero che con i suoi 1000 (!) posti, con lo stesso numero di persone, sembra ( e lo è di fatto) vuoto.

Ma se questo è forse il prolisso ma necessario prologo della nostra storia, adesso ci tocca entrare nel vivo, nel nervo scoperto dell’intera vicenda appena accennata, sfiorata, lasciata intendere.

Ieri sera è andato in scena, all’Impero, l’ultimo spettacolo della (sob sob) stagione teatrale marsalese. In tutto 150 persone, un manipolo (senza offesa) di gente che ha preferito non guardare la tv o rimbambirsi sui social e andare a teatro. L’occasione era ghiotta. Il “Lilibeum ensamble (attori locali, colti, credibili, bravi) metteva in scena “A Supirchiaria” un’indagine sull’immenso Leonardo Sciascia, una piece teatrale (qualcuno degli spettatori ha candidamente confessato a fine spettacolo di non aver compreso del tutto il senso della storia ma questo è un altro discorso) ambientata all’indomani dell’Unità d’Italia, un tempo che sembra lontano eppure, di fatto, attualissimo. Questo forte richiamo però non è bastato a riempire questo benedetto teatro. Mancava il pubblico pagante certo ma l’assordante sussurro era tutto incentrato sull’assenza di Moni. Il grande Maestro non c’era. Il senso di solitudine e di delusione era palpabile. Forse avremmo voluto sentire da lui parole consolatorie, speranzose, solidali, parole che riassumessero, sintetizzassero, che facessero cioè un bilancio seppur gramo di una stagione teatrale voluta da lui e che non ha centrato l’obiettivo. Centodiecimila euro, non sono quisquilie, pinzellacchiere, inezie insomma. Questa è la somma sborsata dall’amministrazione comunale per mettere su un cartellone con spettacoli che non hanno fatto guadagnare, con spettacoli cioè “a perdere” con cui, in pratica, l’amministrazione ci ha rimesso tintinnanti soldini.

Sono soldi pubblici, soldi che in tempi di crisi, se sperperati, non hanno attenuanti di sorta nella comprensione delle scelte aberranti. La cultura è importante, nessuno lo nega. Ma santo cielo, piazzare uno spettacolo in un giorno feriale, che strategia è? Una strategia perdente, ovvio, dato che, chi lavora, (e se no come fa ad avere i soldi per pagarsi il biglietto?) non può far tardi e dunque non esce. Colpa dunque delle date? Si ma non solo. Erano questi i giorni disponibili per le stesse compagnie che avevano spettacoli nei fine settimana e quindi ci siamo dovuti accontentare delle date “di scarto” dei giorni in cui pochissimi hanno tempo di andare a teatro fra lavoro e scuola appunto.

I quattro giovani attori, Fabrizio Lombardo, Marcella Favilla, Melania Genna, Francesco Torre, ieri sera sono stati bravi e se per questo spettacolo l’amministrazione (a torto o a ragione) ha speso più di 13 mila euro, ci sovviene una domanda: ma chi mette in scena spettacoli senza finanziamento e rischiando di tasca propria riesce a portare la gente a teatro, riempendo il “grande ” Teatro Impero, cos’è? Un mago, un bravo imprenditore oppure un genio? Magari è uno che sa fare bene il proprio mestiere e che per questo attira il pubblico.

Tante realtà locali senza “aiutini” hanno successo, (vedi  la Compagnia” Sipario” di Vito Scarpitta) riscuotono interesse e sostegno da parte del pubblico e non chiedono nulla, non costano nulla alla stessa comunità che va a teatro, paga, si diverte, torna a casa contenta e rinnova magari l’abbonamento per l’anno prossimo.

Soperchierie? Soprusi? Macchè! Tutto torna, magicamente, anche la scelta di un titolo di uno spettacolo che mai avrebbe immaginato di rappresentare la sintesi summa di un’ingiustizia popolare e che invece (suo malgrado) ha finito per esserlo. Viva il teatro, viva il pubblico, viva chi fa spettacolo e piace alla gente. Ed abbasso le soperchierie.

Tiziana Sferruggia

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