Mafia, Lia Pipitone fu uccisa per la sua voglia di libertà: 30 anni ai suoi killer

La mafia non le perdonò la sua voglia di vita e di libertà e per questo l’ha uccisa. Lia Pipitone, figlia del capomafia dell’Acquasanta, Nino Pipitone, fu uccisa il 23 settembre del 1983 e ci sono voluti 35 anni per inchiodare alle loro responsabilità il mandante e l’esecutore materiale della barbara uccisione. La “colpa” di Lia fu quella di aver intrattenuto rapporti di amicizia molto stretta con un lontano cugino nonostante fosse sposata e madre di un bambino. I pettegolezzi però trasformarono questa amicizia in una relazione extraconiugale, cosa del tutto imperdonabile tanto che, con l’avallo del padre Nino, Lia Pipitone venne uccisa da Nino Madonia e Vincenzo Galatolo, ritenuti il mandante e l’esecutore del delitto. Bastò il sospetto dell’infedeltà per far scattare l’ordine di morte per la giovane donna. Lia venne uccisa nel corso di una finta rapina in una sanitaria per depistaggio. Nel corso degli anni, il padre era stato rinviato a giudizio ma poi era stato assolto.

Nel nuovo processo sono arrivate le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo, che hanno confermato i sospetti. “Rosalia la conoscevo, con lei avevo un rapporto di affetto – ha messo a verbale – Era nata per la libertà ed è morta per la sua libertà. Mio fratello Andrea, all’epoca responsabile della famiglia mafiosa di Altofonte, mi riferì che il padre di Lia aveva deciso la punizione della donna perché non voleva essere criticato per questa situazione incresciosa”. Il giorno dopo l’uccisione di Lia Pipitone, anche il lontano cugino venne ucciso. Due mafiosi si finsero operai del gas, entrarono dentro l’abitazione del ragazzo e lo scaraventarono giù dal quarto piano. Prima però lo costrinsero a scriver una lettera d’addio in cui diceva di volerla fare finita a causa dell’improvvisa morte di Lia.

Tiziana Sferruggia