“Continuiamo a cercare Giuseppina”: storia di una drammatica alluvione che portò via la sorellina al marsalese Vito Giacalone

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La Storia si ripete. Sempre. Anche quella più atroce e che vorremmo aver dimenticato, abbandonata e per sempre sopita nei ripostigli più inaccessibili dei nostri ricordi, si ripete. E si ripropone talvolta in tutta la sua crudezza e riapre ferite mai rimarginate. Sono passati cinquanta anni, mezzo secolo e la Storia si è ripetuta. Era il 2 novembre del 1968 ed era buio, una notte nera e fredda.

Una terrificante, sconosciuta ed inattesa ondata di fango travolse la valle del biellese, spazzando via cose e persone, dilaniando un territorio fino a cambiargli i connotati, trasformandolo in una “valle di lacrime“, di detriti, di nera mota. Un mondo sommerso. Questo sembrò a chi, passata la terribile piena, guardò la valle che un tempo aveva ospitato case, animali e persone. Tutto galleggiava in un triste delirio di silenzio e morte.

Dalle alture di Bielmonte e del Monte Rubello enormi masse di acqua e fango si riversarono nelle valli sottostanti portando con sè pietre e alberi, innescando uno spettrale e devastante effetto domino. Alla piena si aggiunsero gli smottamenti dei terreni saturi d’acqua, incapaci di trattenere tutta quella abbondanza di piogge che superarono i 4 cm orari preannunciando la tragedia.

Tutti i Comuni della fascia collinare compresa tra Biella e Borgosesia subirono frane e smottamenti e i danni furono ingenti. Un territorio ricco, già industrializzato per effetto del Boom degli anni ’60, si svegliò in ginocchio, devastato dalla furia dell’acqua sporca e impietosa.
Le frane più terribili si staccarono dai pendii dei comuni di Zumaglia, Bioglio, Valle S. Nicolao, Pettinengo, Veglio, Mosso S. Maria, Camandona, Callabiana, Pistolesa, Trivero, Portula, Pray, Coggiola, Crevacuire, Caprile, Ailoche, Soprana, Mezzana Mortigliengo, Strona, Vallemosso, Crosa, Casapinta, Lessona e Masserano, con un solo sconfinamento nel comune di Curino, anch’esso costituito da sabbie silicee, ovvero le cosiddette terre rosse.

Cinquanta anni dopo, proprio in questi giorni, un’altra alluvione ha sconvolto il nostro territorio, spazzando via, anche questa volta, cose e persone travolte dall’onda inarginabile di morte e di terrore. Abbiamo infatti ancora gli occhi pieni di quanto accaduto a Casteldaccia e a Corleone. Le immagini televisive ci hanno rimandato scene apocalittiche che credevamo irripetibili. E l’emozione di quelle immagini che prendono al cuore e allo stomaco e che colpiscono come un pugno impietoso è stata ancora più forte per chi, a distanza di mezzo secolo, ha rivissuto quelle drammatiche ore, di quella drammatica notte del 2 novembre del 1968.

Vito Giacalone, noto commerciante marsalese, quella notte lì, c’era. Aveva 7 anni e ricorda tutto. Ricordi indelebili gli affiorano alla memoria, violenti, inevitabili come un destino e gli ripropongono il terrore di quegli attimi infiniti, quando, allo stupore per quello che stava vivendo, si aggiunse il dolore per la scomparsa di una sorellina, una bimbetta di appena 3 anni inghiottita da quel mare di fango, da quel muro di detriti. Giuseppina non è mai stata ritrovata. Di lei si sono perse le tracce quella fatidica notte di inizio novembre. A distanza di 50 anni, Vito Giacalone, ha deciso di raccontare la sua storia, la storia della sua famiglia mai rassegnata alla perdita inspiegabile di Giuseppina. La sua intervista/appello è un commovente mix di emozione e speranza di poter riabbracciare, dopo mezzo secolo, la sorella.

Vito Giacalone, lei è uno dei sopravvissuti della devastante alluvione di 50 anni di Valle Mosso Valle San Nicolao in provincia di Vercelli. Cosa ricorda di quella notte che cambiò per sempre la sua vita?

“Eravamo una famiglia composta da 4 figli, due maschi, io e mio fratello Giuseppe e due femmine, Giuseppina e Maria Josè e dai nostri genitori. Mio fratello Giuseppe, il primogenito, aveva 9 anni ed era rimasto con i nonni, qui in Sicilia. Pioveva da 3 giorni e 3 notti ininterrottamente ma non ci sentivamo in pericolo. Non potevamo immaginare quello che sarebbe accaduto dopo. Eravamo spensierati quella sera, in casa. Ricordo anzi una certa allegria fra noi fratellini. Ero sul divano con Maria Josè e Giuseppina e guardavamo la TV mentre i miei genitori erano affaccendati in casa. Improvvisamente la porta si aprì. La furia dell’acqua l’aveva spalancata e contemporaneamente andò via la luce. Gridammo per la paura, per l’inatteso disastro di cui cominciavamo ad avere percezione. Mio padre disse subito che dovevamo andarcene da quella casa al più presto. Uscimmo fuori in preda al terrore.  Andare dalla nostra vicina di casa ci sembrò la cosa migliore da fare, la nostra salvezza. Abitava al terzo piano della palazzina ma per arrivare da lei dovevamo percorrere una quindicina di metri. La strada non esisteva più. Tutto si confondeva col buio e col fango. Ero sotto choc. Tutto mi passava davanti. Alberi, piante, fango, pietre e dissi a mio padre che volevo camminare da solo. Ho avuto coraggio. Mia madre non poteva portarmi in braccio e mio padre, dietro di noi, come a copririci le spalle, teneva le mie sorelline ben strette. Proprio mentre stavo raggiungendo la scalinata per salire dalla vicina, arrivò un’altra ondata di fango e io mi aggrappai al tubo dello scarico dell’acqua. Lottai con forza per non essere strappato via. Salii quegli scalini con fatica appena in tempo. L’acqua arrivò ben presto fino al secondo piano del caseggiato. Mio padre era rimasto indietro. Teneva in braccio Giuseppina e Maria Josè. Lottava con la furia dell’acqua e gli arrivava addosso e contro di tutto. Mio padre cadde tre volte. L’ultima volta le braccia si aprirono da sole e le mie sorelline sgusciarono via da quella stretta. Mio padre al buio afferrò una di loro per i capelli. Era Maria Josè. Giuseppina fu portata via dalla terribile piena di fango. Quando mio padre ci raggiunse, era distrutto. Era come trasformato. Un altro uomo.  Irriconoscibile. Lo dovemmo trattenere con la forza perchè lui voleva scendere nuovamente per cercare Giuseppina. Sarebbe morto perchè l’acqua saliva di minuto in minuto. Furono momenti terribili.”

L’indomani mattina che scenario si presentò ai vostri occhi?

“Passata la nottata, con le prime luci, vedemmo la distruzione. Le collinette circostanti erano franate. Non c’erano più. Le fabbriche tessili del biellese furono distrutte. Mio padre lavorava in una di queste”

Cosa causò questa terribile alluvione? L’acqua piovana incessante o l’incuria dell’uomo?

“Seppi dopo che si era creata una vera e propria tempesta perfetta. Si concentrò proprio sopra di noi e rovesciò tutta la sua potenza. Venne il presidente Saragat e vide quella devastazione. Poi arrivarono i carabinieri e i volontari che aiutarono la popolazione”.

Avete continuato a cercare Giuseppina. A distanza di mezzo secolo, quali sono le vostre speranze di poterla riabbracciare?

Mio padre non si è mai rassegnato e ha continuato a cercare mia sorella fino all’ultimo giorno della sua vita. Le nostre speranze si sono riaccese quando il TG1, pochi giorni fa, ha mandato in onda il servizio che ricordava l’alluvione di Valle Mosso e ha riproposto la foto di un carabiniere che aveva salvato una bambina e che con il viso soddisfatto, per lo scampato pericolo,  la teneva in braccio. Mia sorella Maria Josè ha chiamato i carabinieri, felice, speranzosa che quella fosse proprio nostra sorella. Ma non è Giuseppina purtroppo. Continueremo a cercarla”.

Cosa si sente di dire adesso, a fine intervista, a chi leggerà questo suo drammatico racconto?

“Guardi, in noi, in me e i nei miei fratelli la speranza di poter riabbracciare Giuseppina, non si è mai spenta.  Chiunque sappia qualcosa di quella terribile vicenda e che ha vissuto, come noi, quei momenti indimenticabili, ci farebbe felice se si mettesse in contatto con noi chiamando il 393 88 10 197  oppure il  4179 33 67 459. La Speranza è l’ultima a morire”.

Tiziana Sferruggia