Quarant’anni di campo di concentramento comunista in Albania. Intervista a Pierino Cieno, la tragedia ignorata

Quella che riportiamo di seguito è una intervista che racconta una storia, una di quelle storie che nascono dal freddo, dalla neve invernale che ghiaccia i germogli. Protagonisti sono degli italiani che non hanno avuto la fortuna di trovarsi nella parte calda del letto e per quarant’anni non hanno dormito sogni tranquilli. A raccontarcela è Pierino Cieno, italiano cresciuto, non per diletto s’intende, in Albania. Quarant’anni di campo di concentramento sotto il regime comunista di Enver Hoxha, di dolore, rabbia e sconforto, condensati nello sguardo semplice di chi ha già visto tutto, anche, soprattutto, il male. Adesso vive in Sicilia, ha una splendida famiglia e prova a non ricordare cosa è accaduto. Quando ne parla lo sguardo si ravviva e il passato è nitido come una fotografia appena ritrovata nel taschino della giacca.   Proprio mentre il nostro Paese era a caccia di demoni, qualcuno dimenticava che in un armadio, a due passi da casa, tantissimi innocenti divenivano scheletri. E come se la prigionia, da sola, non bastasse, ci penserà l’oblio ad uccidere i sopravvissuti. La storia va raccontata, altrimenti si rischia di restare sospesi, come quelli che immaginano le vite degli altri perché nelle proprie vi sono troppi difetti. La paura è liquida, dice Bauman, e il Novecento troppo breve per contenerla. Quando qualcosa straborda conviene, da bravi figli di famiglia, mettere delle pezze e raccoglierla. Altrimenti si scivola, negli errori, per terra. Ecco un po’ di memoria individuale, con la speranza che diventi collettiva.

Nel novembre 1944 i tedeschi lasciarono l’Albania. A sostituire un regime ci penserà un altro. Da quel momento i gruppi comunisti locali prenderanno il potere ed emergerà la figura di un capo indiscusso, Enver Hoxha, che instaurerà un regime dittatoriale, di matrice comunista, destinato a durare più di quarant’anni. Lei ha vissuto in prima persona questa tragica esperienza, ci parli degli inizi del percorso che lo ha visto prigioniero fino al 1990.

 Io sono nato nel 1951 a Tirana perché i miei genitori erano stati trasferiti in Albania poiché mio padre era stato traferito come tecnico per ricostruire l’Albania come danno per guerra del 1939. Sebbene sia vero che gli italiani siano entrati in Albania nel 1939,è altrettanto vero che i danno fatti in quel territorio siano stati le più belle strade, i più bei palazzi, i ministeri più belli di cui loro godono tuttora. Mio padre fu traferito in Albania non sotto il governo di Mussolini ma per decisione del Ministro degli Esteri Carlo Sforza che mandò tutti i tecnici italiani per ricostruire l’Albania sebbene l’esercito italiano non abbia ucciso neanche un albanese. In questo periodo il modo era diviso in due, la fascia comunista e la fascia imperialista, e l’Albania era entrata a fare parte di quei paesi dell’Est sotto il controllo comunista. Questo ha causato grossi problemi.

Quindi la sua famiglia arrivò in Albania nell’Italia post fascista.

Si proprio quando Carlo Sforza decise di portare tecnici italiani in Albania per ricostruirla. Guarda caso l’arma che ha ucciso Mussolini si trova ancora oggi in Albania, questo a dimostrare i rapporti strettissimi tra il Governo italiano e quello “compagno” albanese di Enver Hoxha. Stiamo parlando di un regime criminale che ha vinto, per tutta la durata del suo mandato, le elezioni con percentuali vicine al 99% senza opposizione. Noi ci siamo trovati lì come persone semplici, che non facevano parte della guerra ma eravamo lì per usare al meglio la tecnica italiana per migliorare l’Albania, non di certo per farla diventare un paese fascista. Dovevamo fare semplicemente il nostro dovere di tecnici.

Come si sono svolti gli eventi una volta che vi siete stabiliti?

Poi è successo un fatto molto importante, ovvero che nel 1951 hanno messo una bomba in una ambasciata russa, bomba messa in un angolo in cui non solo non vi sono stati morti, ma neanche si saranno spostati i fiori che erano in un vaso ad essa vicino. Al massimo si sarà rotto qualche vetro. Ma la bomba è scoppiata, e il fatto che sia scoppiata in Ambasciata ha fatto scoppiare un caos mediatico incredibile. Questa bomba l’hanno messa i comunisti facendo arrestare venti italiani, venti connazionali, venti tecnici, venti uomini che erano andati a costruire quel paese. Anche gli albanesi dopo la caduta del muro di Berlino hanno raccontato questa storia, ovvero che erano stati loro a mettere quella bomba per rovinare i rapporti fra la Russia e l’Italia dei cosiddetti “democratici”, perché l’Italia doveva vedere la Russia e non gli americani come punto d’appoggio. Infatti ovunque verrà detto che gli italiani avevano messo questa bomba all’interno ambasciata russa.

Tra i presunti colpevoli vi era suo padre.

Si, tra i quali vi era mio padre. Dovevano dare a tutti i costi la colpa agli italiani sebbene innocenti. Ricordo che mio padre spesso e volentieri andava in giro con la moto e se vedeva qualcosa che non funzionava la metteva a posto. Era un tecnico, non un politico. Lo hanno arrestato, dopo qualche giorno lo hanno fatto uscire fuori e poi ci hanno portato al porto di Durazzo con l’idea di mandarci via come noi faremmo oggi con dei criminali. Ma non erano dei criminali. Dopo tre o quattro giorni di attesa in un albergo di Durazzo, arrivò una nave militare dall’Italia, la quale sarebbe dovuta ripartire con tutti noi, famiglie comprese ovviamente, e invece chiamarono in albergo per dire che su quella nave sarebbero dovuti salire soltanto gli uomini che, secondo loro, avrebbero messo la bomba, quindi i diretti responsabili lasciando le relative famiglie, senza il padre, in Albania. Quella notte accadde di tutto. Che cosa terribile strappare quegli uomini dalle proprie mogli e dai propri figli, sebbene ci avessero detto che dopo qualche giorno sarebbero partiti anche i familiari. Con questa scusa li hanno portarono con le manette fino alla nave italiana mandandoli in Italia, ma con il marchio di criminali. Non era vero nulla. Poi arrivò un ordine per noi familiari, ma per portarci in un campo di concentramento. Era il 1951, io ero appena nato e per quarant’anni non ho più visto la libertà. Su questi temi non si fanno paragoni o sfide, ogni prigionia ingiusta è terribile; ma non so se persino Hitler abbia mai tenuto qualcuno nei campi di concentramento per così tanto tempo.

Come si svolgeva la vostra vita ?

Lavori forzati, senza stipendio, circondati dal filo spinato. Tutto ciò fino all’Aprile del 1990, sono stato un condannato a morte fino all’Aprile del 90, 102 anni e due mesi di campo di concentramento solo nella mia famiglia. Chi me li ridà questi 40 anni ? nei quali ogni ora, ogni minuto poteva essere buono per far finire la vita e spesso chi veniva chiamato per essere interrogato non tornava più. Noi vivevamo all’interno del campo.

Che tipo di orari c’erano?

La mattina alle 5.00 si faceva l’appello e  quell’appello dovevano farlo anche i bambini appena nati e guai se non li portavano in appello, perché, secondo loro, anche i bambini potevano scappare. Terrore, frustrazione, menavano dalla mattina alla sera, lavori forzati.

Potevate studiare ?

Io sono stato il più piccolo tra i condannati e mi hanno dato il permesso di uscire dal campo per andare nella scuola del Paese e il primo anno mi è capitato che la maestra parlasse ai bambini dell’Italia. Io avevo un’altra educazione a casa, datami da mia madre, una splendida donna, professoressa di lettere che zappava la terra, dava calci ai muratori per costruire le galere per noi. Da innocente. E ascoltando quella maestra parlare molto male degli italiani, mi sono messo a piangere, perché subivo le sue parole. Lei fortunatamente, che conosceva mia madre, mi ha mandato da lei imponendomi di venire a scuola accompagnato. Non solo hanno menata di brutto mia madre perché aveva educato male suo figlio ma le hanno anche detto “ ti è finita molto bene, perché hai educato male tuo figlio. E la prossima volta non bisogna reagire quando parliamo male dell’Italia”. Quando sento ogni anno gli anniversari che si fanno per le diverse sofferenze patite da varie popolazioni e culture durante il novecento, mi dispiace perché a noi non è stato riservato alcun anniversario, noi siamo degli italiani abbandonati dal nostro paese. Il colpevole della nostra vita è il nostro governo. E’ vero, siamo stati massacrati  in Albania ma il responsabile è il nostro governo.

Una domanda prima di giungere all’epilogo del rimpatrio. Sappiamo che il regime albanese sia stato particolarmente duro non soltanto per le punizioni corporali ma anche per le restrizioni ideologiche.  Esisteva forte il culto del capo, tratto tipico dei totalitarismi, ci ricorda Sturzo. Qualcuno ha visto nelle pratiche dittatoriali albanesi un vero e proprio accanimento verso l’editoria la cultura, una ossessione. Forse per uccidere due volte, corpo e anima.  Sotto questo aspetto, cosa avete  subito in quegli anni?

Enver Hoxha era l’unico capo. Durante il percorso del comunismo in Albania, vi è stato qualcuno che si è ribellato dicendo che gli intenti di quando si fondò il partito comunista albanese non erano quelli che poi lui ha svipuppato, ma chi lo ha fatto è stato eliminato senza essere portato in tribunale, senza essere giudicato, è stato soltanto ucciso. Tutti, fino a quando Enver Hoxha è stato in vita, non hanno potuto esprimere dissenso, finanche il suo braccio destro è stato ucciso mentre dormiva. Tutti gli avversari politici di quel paese li ha fatti fuori ad uno ad uno, senza pensarci troppo. Perché chi stava contro di lui stava contro il comunismo albanese e stava contro il comunismo mondiale.

Adesso dirigiamoci verso la parte conclusiva della sua vicenda in Albania, ovvero la fine del regime comunista. Siamo nel ’90, com’è finito e com’è tornato in Italia ?

E’ troppo, troppo emozionante. Si sentiva l’aria che i regimi comunisti, come il domino, stavano cadendo uno dietro l’altro. Erano momenti di grande tensione. Ognuno di noi che è rimasto vivo faceva molta attenzione anche soltanto a dire una parola perché erano veramente come i leoni arrabbiati, erano nella fase terminale della loro esistenza e facevano fuori gli uomini senza pensarci due volte. Per fortuna io sono stato accompagnato da una grandissimo uomo, che adesso non c’è più, il quale mi dava delle dritte per aiutarmi. Dopo pochissimi giorni sono stato richiamato dalla nostra ambasciata che mi cercava perché il nostro Ministro degli Esteri di allora, Boniver, aveva messo in campo una operazione per portare in salvo tutti gli italiani che stavano in quel territorio. Non avevo più fiducia nelle nostre istituzioni perché sapevo che anche l’ambasciata non era libera, così quando sono entrato e ho presentato il mio invito, mi si presentò un alto responsabile dell’ambasciata che doveva coordinare tutte le forze per portare in salvo i nostri connazionali, mi sento chiamare “Signor Cieno”. Non avevo mai sentito in vita mia qualcuno che mi chiamasse così, è stato molto bello. Ho vissuto momenti bellissimi e ho assaggiato per la prima volta la libertà. Dopo di che ci hanno programmato il volo, i biglietti e tutto il necessario e sono arrivato in Italia. Concludo dicendo che appena sono arrivato in Italia, la mattina dopo avrei compiuto quarant’anni. Avevo perso quarant’anni di vita.

(Achille Sammartano)