Strage di Alcamo Marina: confessione estorta con tortura, risarcimento da 66 milioni di euro per Gullotta

Ventidue anni di galera sono tanti, troppi e per di più insopportabili specialmente per chi non ha commesso alcun reato ma è stato condannato da un tribunale a scontare una pena detentiva così lunga ed infamante.
Gullotta ora ha 61 anni ma ne aveva 18 quando la sua vita venne sconvolta irrimediabilmente.

Fino a quell’età abitava ad Alcamo Marina, un piccolo centro nel trapanese, facendo piccoli lavoretti. Una notte di gennaio, nella piccola caserma dei carabinieri del piccolo centro del trapanese, qualcuno massacrò due militari di turno, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, appena diciottenni, rubandone le armi ,due Beretta calibro 9.

Del misfatto ne parlò parecchio anche quel Peppino Impastato a Radio Out prima di essere ucciso dalla mafia. Secondo Impastato, si trattava di un avvertimento della mafia allo Stato. Il reparto antiterrorismo dell’Arma a Napoli che seguì il caso, si concentrò prevalentemente sul terrorismo eversivo.
I primi di febbraio del ’76 i carabinieri trovarono a bordo di una Fiat 127 due pistole, una delle quali era una calibro 9 come quella in dotazione ai militari anche se aveva la matricola abrasa e in apparenza provocati da un trapano. L’auto apparteneva a Giuseppe Vesco, un ragazzo diciannovenne del posto che, dopo il fermo, spiegò di dover consegnare le armi a degli sconosciuti in una certa spiaggia di Alcamo. Nella perquisizione in casa di Vesco fu ritrovato anche un trapano come quello usato per cancellare la matricola dalle pistole. Poco dopo, Vesco confessò ai carabinieri la strage e fece i nomi dei complici, ovvero dei suoi inseparabili amici.
Tra questi, anche Giuseppe Gullotta, arrestato tra il 12 e il 13 febbraio del 1976.

Gullotta urlò la sua innocenza, ma nessuno gli credette. Vesco, nell’ottobre del ’76, a pochi mesi dall’arresto e dalla confessione, si suicidò in carcere. Ma il processo per la strage di Alcamo proseguì regolarmente, tre gradi di giudizio con la condanna all’ergastolo per Gullotta, diventata definitiva nel 1990.

Giuseppe Gullotta si fece così 22 anni di galera da innocente e cosa ancora più terribile, si è scoperto che chi lo accusava di complicità nell’omicidio era stato torturato e seviziato perchè confessasse i nomi.

Vesco,infatti, torturato, fece il nome dell’amico e Gullotta finì nei guai. Fino a che, Renato Olino, un ex brigadiere dei carabinieri che avevano condotto le indagini, si è presentato dai magistrati di Trapani, tormentato dal rimorso, per raccontare dei «metodi persuasivi eccessivi» usati all’epoca per far «cantare» Vesco. Olino ha raccontato ai magistrati che Vesco fu condotto in una caserma, costretto a ingurgitare da un imbuto acqua e sale e subire scosse elettriche tramite un telefono da campo. Fino alla confessione. Il procuratore generale Danilo Riva, che conduceva l’accusa, dopo la testimonianza di Olino, ha chiesto che Gullotta fosse assolto. Nel frattempo però, la sua giovinezza era sfiorata dietro le sbarre.

Ora Gullotta ha chiesto allo Stato un risarcimento di oltre 66 milioni di euro. La richiesta del risarcimento è stata depositata presso il Tribunale di Firenze e chiama in causa la presidenza del Consiglio, il ministro dell’Interno e quello dell’Economia.

Ma Gullotta non fu l’unico coinvolto nella vicenda. Anche Vincenzo Ferrantelli, Gaetano Santangelo e Giovanni Mandalà anch’essi coinvolti nella vicenda sono stati riconosciuti innocenti e assolti. La non colpevolezza per Mandalà è arrivata però troppo tardi perché è morto nel 1998.

Tiziana Sferruggia