Genocidio degli ebrei: una breve analisi terminologica e metodologica. Ecco ciò che c’è da sapere

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Per analizzare il tragico fenomeno dello sterminio degli ebrei, bisognerebbe partire da una breve questione terminologica. Appare chiaro che tale evento sia stato qualcosa di enorme che portò ad un assassinio pianificato e “razionale”(come definito da Max Weber) della popolazione ebraica. Nei paesi di lingua inglese e soprattutto negli Stati Uniti, il termine più utilizzato è “olocausto”, parola che deriva del greco e indica un sacrificio religioso agli dèi compiuto bruciando la vittima( alla lettera”rogo integrale”). E’ evidente però che ciò che è accaduto non sia assimilabile ad un sacrificio religioso e chi lo ha compiuto non può essere di certo definito un sacerdote. Inoltre, sebbene rievochi i forni crematori, il fuoco non è stato il mezzo per compiere il massacro. Molti invece preferiscono l’uso del termine “Shoah”, parola di derivazione biblica che significa “catastrofe imprevista e terribile”. Come sottolinea però lo storico italiano Alberto Cavaglion, questo modo di intendere potrebbe nascondere una semantica a specchio d’azione ridotto, costringendo la vicenda al mondo ebraico quando invece è una parte fondamentale della vicenda storica occidentale nel suo complesso.

Così per la prima volta venne utilizzato nel 1944 il termine “genocidio” da un giurista americano di origine polacca, Raphael Lemkin, poi ripreso e spiegato nel 1948 dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, intendendolo come “sistematica distruzione di una popolazione, una stirpe, una razza o una comunità religiosa”.

Nella coscienza critica degli storici e di tutta la popolazione che ripensa a quella assurda vicenda, affiorano delle domande che appaiono particolarmente meritevoli di ricevere una risposta: Qual è stato il ruolo della gente comune all’interno di questa tragedia ? lo sterminio era progettato dall’inizio oppure è stato poi realizzato a poco a poco per il concorso di una molteplicità di circostanze?

Per provare a rispondere a queste questioni citiamo lo studio condotto da Raul Hilberg, il quale non si concentra tanto sulle origini dell’antisemitismo, quanto sulle metodologie adottate dai tedeschi per portarlo avanti, creando quella che lo studioso definisce la “macchina dello sterminio”, una macchina che ha richiesto un grande coinvolgimento ideale ed emotivo del personale. Ecco quanto sostenuto da Hilberg:“a prima vista, la distruzione degli Ebrei può apparire un fatto globale, indivisibile, monolitico e ribelle a ogni spiegazione. Esaminandola più da vicino, essa si mostra come un processo condotto per tappe successive, ciascuna delle quali fu il risultato di decisioni prese da innumerevoli burocrati, nell’ambito di una vasta macchina amministrativa. Il processo della distruzione si sviluppò secondo uno schema ben definibile, che non corrispondeva affatto a un piano prestabilito”.

Adesso proviamo a rispondere alla questione legata al coinvolgimento degli “uomini comuni” alle operazioni di genocidio. Per fare ciò citiamo lo studio dello storico americano Christopher R.Browning, il quale ha utilizzato gli incartamenti di un processo contro i membri del Battaglione 101, accusati di crimini di guerra. Egli arriva alla conclusione che tra gli “uomini comuni” vi erano i nazisti convinti, vi erano quelli che parteciparono alle azioni militari sebbene non le approvassero e vi era una piccolissima parte che invece preferì disertare. Molti furono i casi dei c.d. “massacratori per conformismo”, ovvero coloro i quali videro emergere, nella situazione di assoluta superiorità in cui si trovavano, una sorta di senso sadico che gli faceva provare una latente soddisfazione nel sopraffare e uccidere la gente. Nel complesso, come anche sostenuto da Hilberg, emerge una situazione eterogenea dalla quale si deduce che il comportamento dei tedeschi dinanzi lo sterminio non fu uniforme, come non fu compatta la macchina nazista. Il motivo che portò molta gente a compiere atti atroci, fu proprio questo conformismo comportamentale.

Il senso della giornata della memoria dovrebbe essere correlato al dovere della consapevolezza. Ciò che è accaduto va studiato e interpretato, mai banalizzato, mai dato per assodato. Dietro questi eventi esistono meccanismi che non hanno confini politici ma sono trasversali. Meccanismi perversi che, purtroppo, non si sono arrestati con la fine del nazismo, hanno continuato il loro percorso con il comunismo e procedono a passo sostenuto, ancora oggi, in oriente come in occidente.

Achille Sammartano

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