L’artista alcamese Vito Bongiorno al Macro di Roma

Vito Bongiorno usa il carbone come elemento fondante di ogni sua opera, che si tratti di sculture, di installazioni, di performance o di bassorilievi. Questa materia conferisce ai suoi lavori un aspetto tautologico, laddove il soggetto (inteso come forma) corrisponde al predicato (inteso come metafora). L’artista stesso afferma che per lui “l’arte è tutto ciò che ci circonda dalla prima luce fino all’inizio dell’intenso buio”. E’ quindi il carbone, sotto forma di un globo terrestre, di un’Italia, di un’Africa, di antiche statue, ecc., che porta con sé la propria storia tangibile, l’evidenza di una materia, il legno, passata dallo stato vegetale a quello fossile. Ma se l’impiego del carbone come combustibile rappresenta la causa principale dell’effetto serra e del surriscaldamento globale, è anche vero che il carbone come materia emana un fascino speciale, differente, ma complementare a quello della pietra e dell’argilla. Il carbone fossile ha iniziato a formarsi circa 345 milioni di anni fa. Questa ambivalenza di senso è ciò che interessa l’artista e che lo porta a concepire le sue opere come risultato del degrado ecologico e umano del nostro pianeta, ma anche come permanenza atavica capace di contenere ancora bagliori di luce e di rinascita. Il carbone, quindi, contiene nella propria struttura fisica e non solo a livello di metafora, il buio e la luce, la notte e il giorno, la catastrofe e la rinascita. In occasione di questa mostra l’artista realizza all’interno del Museo Macro nell’Atelier 3 una grande opera di 3 mt x 2 mt distribuita in 6 pannelli dedicata al nostro pianeta “Our Planet” Il blu della nostra terra si è qui trasmutato in carbone per denunciare il degrado umano, ambientale e politico della nostra società, pur sempre trattandosi di uno stato transitorio, capace di ritrovare vita e purezza, capace di risorgere dalle proprie ceneri.

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