“Meglio morta che lesbica”. Padre stupra la figlia per punirla

E’ una di quelle storie agghiaccianti di cui si fa fatica a scriverne, per le quali manca il fiato e l’ardire di dover trovare le parole adatte a narrare una simile incomprensibile anaffettività umana ancor prima che genitoriale. Questa terribile storia è avvenuta 8 anni fa ma è stata raccontata adesso dalla giovane donna protagonista, testimonianza raccolta dal quotidiano nazionale “Repubblica”. All’epoca dei fatti lei infatti aveva appena 15 anni e viveva qui, in Sicilia, in un paesino nei dintorni di Palermo. Un giorno i genitori di Francesca ( questo il nome di fantasia usato) scoprono i messaggi che lei si scambia con altre coetanee. Forse insospettiti dal fatto che la figlia portasse i capelli corti e che si vestisse in modo “maschile”,avevano deciso di indagare, iniziando proprio dalla “profanazione” del cellulare ( un tempo avrebbero rotto il lucchetto del diario). Fatto sta che leggono i messaggi e scoppia l’inferno e non è un eufemismo l’uso di questa parola.

I genitori vanno un giorno a prenderla a scuola, coalizzati nella spedizione punitiva contro Francesca, mossi dall’ira funesta e animati dall’insopprimibile vergogna di avere ( pensate un pò) una figlia gay. Una volta giunti a casa la riempiono di “legnate pedagogiche”. La madre, colei che( pensate un pò) l’aveva partorita e tenuta in grembo per 9 mesi, le urla “meglio una figlia morta che lesbica” e dopo questa teatrale sceneggiata esce di casa ed è qui che entra in campo il padre, l'”educatore” serio che deve insegnare alla figlia come invece ci si comporta in società. Per far questo, sceglie di darle una lezione “d’urto” per riportarla sulla “giusta” via. Si spoglia e facendole vedere come è fatto un uomo le dice ” tu devi guardare queste cose e non cercare le femmine”. Francesca si sente morire. Inizia la sofferenza totale. E’ scioccata, incredula , confusa. Si sente morire davvero, dentro sopratutto, profanata nella sua intimità, nella sua essenza.

Ma l’opera educativa va portata a termine e così i due genitori mandano un messaggio di questo tenore ( uguale per tutte per non fare disparità) alla ragazzine con cui la figlia chatta: “buttana, lascia stare a mia figlia”. Francesca non ha la forza di andare avanti e tenta per 3 volte di togliersi la vita. Si sente marchiata, isolata, infelice, allontanata dalla famiglia che invece avrebbe dovuto proteggerla. Appena maggiorenne scappa da casa e denuncia i suoi genitori. Il paese in cui lei vive difende i genitori e anzi li aiuta a cercarla quando lei fugge via da quell’inferno invivibile. Ma dopo la denuncia, i genitori vengono arrestati e lei si costituisce parte civile nel processo che ha luogo a Termini Imerese. Nessun vincitore. Tutti vinti dall’assenza dell’amore.