“Era la visione dei poeti resa accessibile a tutti”, De André ed Edgar Lee Masters: ritratti di vite

(di Achille Sammartano)

Sono esistiti personaggi simili alle loro storie, che hanno sacrificato la propria esistenza alla voglia bulimica di raccontare i pretesti e le azioni dei condannati a vivere, cercandone le dinamiche che portano al dolore caparbio delle stagioni e del loro ripetersi.

Il senso illogico, vorticoso ed onesto, del vizio sta alla base dei personaggi raccontati da Edgar Lee Masters ne “L’Antologia di Spoon River”, lo stesso vizio che lo ha reso interessante alla sensibilità trasversale di un artista come Fabrizio De Andrè, il quale leggendo il capolavoro dell’autore americano, si riconobbe negli anfratti sudici e lirici di quegli uomini, tutti diversi e tutti simili. Simili alla vita, all’amore e al dolore.

Per comprendere i fattori che contribuirono a far avvicinare De Andrè all’opera di Masters, tanto da trarne ispirazione per il suo album (concept album diremmo oggi) “Non al denaro non all’amore né al cielo”, conviene citare, più come parafrasi all’antefatto che come vera spiegazione dei testi, una intervista che il cantautore genovese rilasciò a Fernanda Pivano: «Avrò avuto diciott’anni quando ho letto Spoon River. Mi era piaciuto, forse perché in quei personaggi trovavo qualcosa di me. Nel disco si parla di vizi e virtù: è chiaro che la virtù mi interessa di meno, perché non va migliorata. Invece il vizio lo si può migliorare: solo così un discorso può essere produttivo.»

L’Antologia di Spoon River approdò in Italia grazie all’interesse rivoltole da Cesare Pavese, grande studioso della letteratura americana. Durante il regime fascista, testi come questo furono banditi poiché portatori di ideologie fortemente libertarie, ma nel 1943 Pavese la fece conoscere ad una sua allieva, proprio Fernanda Pivano, la quale se ne interessò elaborando la prima traduzione dei testi in lingua italiana. Bastò leggerne un verso, racconta l’autrice, per restarne coinvolta: “mentre la baciavo con l’anima sulle labra, l’anima d’improvviso mi fuggì” .

Nell’idea di Masters ogni poesia racconta un personaggio, tra l’altro realmente esistito, facendo passare questo giro di vite attraverso l’amore, la morte, la guerra, la libertà, la luce, l’abbandono e l’ingratitudine.

Da questi concetti sono nati nel genio di De Andrè, un chimico, un matto, un giudice, un blasfemo, un malato di cuore, un medico, un ottico e per finire l’unica canzone che conserva un titolo simile alla poesia di Masters, Il suonatore Jones. Le canzoni dell’album sono state scritte da De André insieme a Giuseppe Bentivoglio, mentre le musiche sono state curate da un giovanissimo Nicola Piovani.

Alla fine del lavoro la stessa Pivano restò impressionata da ciò che ne uscì, tanto da dire : «Fabrizio ha fatto un lavoro straordinario; lui ha praticamente riscritto queste poesie rendendole attuali, perché quelle di Masters erano legate ai problemi del suo tempo, cioè a molti decenni fa. Lui le ha fatte diventare attuali e naturalmente ha cambiato profondamente quello che era il testo originale; ma io sono contenta dei suoi cambiamenti e mi pare che lui abbia molto migliorato le poesie. Sono molto più belle quelle di Fabrizio, ci tengo a sottolinearlo. Sia Masters che Fabrizio sono due grandi poeti, tutti e due pacifisti, tutti e due anarchici libertari, tutti e due evocatori di quelli che sono stati i nostri sogni. Poi Fabrizio sarà sempre attuale, è un poeta di una tale levatura che scavalca i secoli.»

Il grande intuito avuto da Edgar Lee Masters e De André è stato quello di considerare le vicende umane come ritratti da scrivere, capendo che la vita passa ma l’uomo si ripete, sempre diverso, sempre attualissimo. Un po’ come la musica per il suonatore Jones, se la sai fare ti tocca suonarla per sempre.

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