Mafia del caffè: la figlia del boss Fontana riciclava i soldi del clan dell’Acquasanta

Rita Fontana, figlia trentenne del boss palermitano Stefano, capo indiscusso del quartiere Acquasanta, morto nel 2012, storico alleato dei corleonesi capeggiati da Totò Riina, è stata arrestata stamane nella sua casa di Rozzano, centro dell’area metropolitana di Milano dalla Guardia di Finanza.

Rita Fontana, è accusata di aver gestito assieme al fratello Giovanni e ad altre 4 persone, tutte arrestate, il tesoro del clan di Acquasanta. Questi soldi erano stati in parte investiti in due società palermitane che si occupano di caffè, nello specifico, la “Cafè Moka Special” di Pensavecchia Gaetano snc e la “Masai Caffè srl”. Queste 2 società, adesso sequestrate, valgono 1 milione e mezzo di euro ma erano previsti anche nuovi investimenti per consolidare l’economia. La famiglia Fontana gestiva a Milano anche una lussuosa gioielleria, la Luxury House,( di cui abbiamo già scritto in mano al più grande dei fratelli, Gaetano, il quale aveva pensato bene di aprirla nel cosiddetto “quadrilatero della moda”. Rita e Giovanni, ufficialmente lavoravano nello studio di un commercialista di Milano. Fondamentali, per le indagini, sono state le dichiarazioni di due pentiti di mafia, Vito Galatolo e Silvio Guerrera.

“Le indagini della Guardia di finanza, coordinate dalla procura di Palermo, puntano alla sistematica aggressione dei patrimoni illecitamente accumulati e reinvestiti dall’organizzazione mafiosa- ha detto il colonnello Cosmo Virgilio, comandante del nucleo_ I mafiosi continuano a far ricorso a imprenditori prestanome disponibili a scendere a patti con i gruppi criminali operanti sul territorio”.

Durante le intercettazioni telefoniche, Gaetano Pensavecchia, imprenditore del caffè,anch’esso arrestato, si è lasciato sfuggire, non sapendo di essere ascoltato: “La maledizione del Signore è che siamo in società con questi” “E’ da due anni a questa parte, troppe cose male, troppe cose male, una cosa buona non mi è venuta”. E ancora: “Loro vogliono i soldi, che appena tu arrivi a 150 mila euro, ti dicono no, io rimango sempre socio”. Secondo la riicostruzione della Guardia di finanza, Pensavecchia era perfettamente a conoscenza delle dinamiche mafiose.