“Non è stata la mafia, sono stato io”: unabomber Sparacio confessa l’attentato di Pantelleria

 Continuano a far discutere e a stupire le confessioni in carcere di Rosario Sparacio, palermitano residente fino a poco tempo fa nell’isola in provincia di Trapani. Sparacio è stato accusato di essere lui il responsabile dell’esplosione di una pen drive all’interno della Questura di Trapani, attentato che causò il ferimento di un ispettore, alla mano sinistra. Il plico contenente la chiavetta USB era indirizzato ad un’avvocatessa di Castelvetrano, Monica Maragno, “colpevole” di assistere legalmente un creditore che gli aveva fatto causa. L’avvocato portò il plico in Procura e quando venne aperto, esplose ferendo l’agente di polizia appunto. Nel 2018, un’altra pen drive contenuta in una busta, venne recapitata al titolare di un bar “colpevole” di aver comprato una casa all’asta di proprietà della famiglia Sparacio.

Secondo l’accusa, l’indagato era pronto a tutto pur di salvare il patrimonio di famiglia. Andando a ritroso nel tempo, tanto da arrivare al 2002, 17 anni fa, una videocassetta con una carica esplosiva, venne recapitata a Pino Gabriele, capo ufficio tecnico del comune di Pantelleria. Gli investigatori pensarono che fosse stata la mafia ad intimidire Gabriele per via del suo lavoro. Ora, la confessione dell’unabomber palermitano, svela uno scenario diverso. Secondo l’avvocato difensore Carlo Emma, “seppure nel rispetto del dolore che ha provocato alle vittime, vanno valutati sotto un profilo psichiatrico”. Alla domanda perchè ha ordito l’attentato contro il geometra di Pantelleria, Sparacio ha risposto che temeva la vendita della cava di Pantelleria appartenente alla sua famiglia e dove si smaltiscono i rifiuti. Sparacio ha ammesso di aver procurato delle ustioni ad un operaio che lavorava in questa cava. Ha fatto del male a tutti quelli che, anche inconsapevolmente, turbavano il suo assetto psichico, la sua serenità. Sparacio stava lavorando alla sua “scoperta del secolo”, ovvero la produzione di un biocombustibile dalle alghe prelevate nel lago di Venere.