La bontà nel peccato e l’attualità de “La romana” di Moravia

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(di Achille Sammartano)

Per chi sostenga, difensore della centralità genetica e garante della censura spicciola, che la genesi del peccato sia da trovare nell’indole e non nelle circostanze, il romanzo “La romana” di Alberto Moravia rappresenta un duro insegnamento.

La storia narrata è quella di Adriana, una giovane ragazza cresciuta tra le ristrettezze economiche ed ideologiche, emancipata dal bisogno più che dalla società. La giovane donna vive con la madre, una anziana che per tutta la vita ha lavorato duramente come sarta per ricavarne soltanto una modestissima sopravvivenza e mai una piena gioia di vivere.

Adriana gode della propria bellezza fuori moda, fuori moda perchè fuori dai canoni della censura della forme; una bellezza rotonda, attraente ed elegante, tanto da permetterle di guadagnare qualche soldo come modella per un pittore, uno dei pochi a non preferire i copri scavati dalla magrezza che riempivano i saloni artistici del tempo.

In ogni caso non è dalle esigenze della vita o dal dolore del poco che arriva il declino morale di Adriana, semmai dal disincanto sordo e cupo nei confronti del mondo e dell’amore.

La ragazza sin dalla prima fanciullezza si è mostrata salda alla propria fede cattolica e alla propria pudicizia, tanto da non dar retta alla madre che, al contrario, l’ha sempre spinta a donare qualcosa del proprio essere in cambio di denaro, in cambio di benessere. Il cambiamento arriva quando il giovane di cui si innamora le promette di prenderla in sposa senza dirle di essere già marito e padre. Da quel momento inizia in lei una accettazione delle storture della vita, senza rabbia o rancore, con una semplice rassegnazione quotidiana. Si potrebbe affermare che la decisione di praticare la prostituzione del proprio corpo sia una compravendita prettamente fisica poiché il suo animo manterrà lo stesso candore della fanciullezza. Il corpo si piega sul compromesso che la mente ha sempre ostacolato.

Adriana non lotta contro la società che l’ha corrotta, non potrebbe mai farlo poiché non ne avrebbe i mezzi. Non odia neppure gli uomini che, invaghiti del suo aspetto, provano a comprare ciò che altrimenti di lei non potrebbero avere. Adriana, molto semplicemente, non odia. Ma quale vittima non odierebbe il proprio patimento? Forse soltanto quella che senza esso non esisterebbe, quella che di questo è figlia e succube. La realtà che l’ha messa al mondo è la stessa che adesso la costringe a trovare il modo per sopravvivervi.