Agrigento, flash mob di Legambiente contro le bugie e i mancati investimenti sulle rinnovabili di Eni

Non è più tollerabile l’arroganza di Eni, che da un lato viene condannata per le sue attività di green washing, ossia la strategia finalizzata a costruire un’immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale (come nel caso di Gela), e dall’altro si rifiuta di investire sulle energie rinnovabili, oltre che nel risanamento e nel controllo dell’inquinamento generato dai processi produttivi, come nel caso di Milazzo. È questo il senso del flash mob organizzato oggi da Legambiente davanti una stazione di servizio Eni ad Agrigento. 

Gli attivisti e le attiviste del cigno verde, in Sicilia per la seconda tappa del Treno Verde 2020, hanno inscenato un flash mob vestiti da oranghi, nell’ambito della campagna #SAVEPONGO, lanciata da Legambiente in protesta contro chi distrugge le foreste nel mondo con il fine di produrre olio di palma per biodiesel.

Proprio oggi, a Gela, la multinazionale petrolifera ha inaugurato il “circular tour”, una campagna sull’economia circolare davvero poco credibile, alla luce della recente condanna comminata all’Eni in seguito a segnalazione di Legambiente, Movimento Difesa del Cittadino e Trasport&Environment.

È bene ricordare infatti che l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha disposto il 15 gennaio scorso una multa nei confronti di Eni per “pubblicità ingannevole” in merito alla pubblicità “ENIdiesel+”, che ha inondato di messaggi promozionali tutti i media e le stazioni di servizio dal 2016 al 2019. La decisione riguarda il messaggio diffuso da Eni di un diesel bio, green e rinnovabile, che «riduce le emissioni gassose fino al 40%». L’Autorità ha imposto a Eni di ritirare la pubblicità e disposto una sanzione amministrativa, per pratica commerciale scorretta di 5 milioni di euro “pari al massimo edittale”, tenuto conto della gravità e della durata della violazione.

Mentre in tutto il mondo si parla di cambiamenti climatici, di obiettivi di decarbonizzazione, di come sviluppare urgenti azioni di adattamento e mitigazione al surriscaldamento globale, nel 2018 Eni ha stabilito il record di produzione con 1,9 milioni di barili/giorno, la più alta mai registrata dalla compagnia, aumentando del 5% la produzione rispetto al 2017 e incrementando, nell’ultimo anno, il portafoglio di titoli minerari attraverso l’acquisizione di nuovi 29.300 kmq di titoli esplorativi distribuiti tra Messico, Libano, Alaska, Indonesia e Marocco. Parliamo di un’azienda che ha registrato ricavi complessivi per 75 miliardi di euro nel 2018, come abbiamo raccontato nel dossier Eni – Enemy of the planet.

Negli anni scorsi Eni ha annunciato di voler trasformare l’insediamento petrolifero di Gela in una bioraffineria. Ma la gran parte delle 668mila tonnellate di biocarburanti (potenzialità annua del progetto annunciato) è ancora costituito da biodiesel prodotto da olio di palma e da derivati di importazione da altri continenti. L’olio di palma e i suoi derivati sono classificati ormai anche dall’Europa, nella nuova direttiva rinnovabili, come coltivazione a rischio per le foreste tropicali e la biodiversità. L’olio di palma e derivati non sono più considerati né green né rinnovabili perché, a causa della distruzione di foreste che comportano, le emissioni complessive di CO2 nell’intero ciclo di vita risultano triple rispetto al gasolio fossile. Altro che bioraffineria.

La questione riguarda anche la tutela dei diritti economici del cittadino: è il consumatore, in ultima analisi, a pagare di più la componente “bio” del gasolio, con lo scopo di far del bene all’ambiente. Oggi il consumatore paga di più il gasolio con olio di palma e produce più inquinamento (CO2) sia in Italia che nel mondo. Senza saperlo e senza possibilità di scegliere prodotti alternativi.

“È arrivato il momento di smetterla di prendere in giro i cittadini e investire realmente nelle energie rinnovabili, ma quelle vere – ha dichiarato il portavoce del Treno Verde, Mattia Lolli – come ci chiede l’Accordo di Parigi e come chiedono milioni di giovani dei Fridays for Future”.

In questi giorni si sta parlando anche della raffineria di Milazzo (Messina), dove Eni ha recentemente annunciato la chiusura dello stabilimento, che vede impiegate circa 2.500 persone, entro il 2022, a causa dei nuovi parametri fissati dal Piano regionale per la qualità dell’aria: “Diciamo basta a questi ricatti che vedono sempre contrapporre la tutela dell’ambiente e della salute, rispetto all’occupazione – ha evidenziato Lolli – per un colosso come Eni, è fattibilissimo, e dovrebbe essere imperativo, investire sulla riconversione verso le energie rinnovabili e al tempo stesso preservare il lavoro, l’ambiente e la salute delle comunità”.

A livello centrale, è necessario cambiare leggi che continuano ad avvantaggiare i nemici del clima. È tempo che anche il Governo scommetta davvero su un Green New Deal italiano, iniziando proprio dalla definizione immediata di una strategia di uscita graduale ma netta e inesorabile dai 19 miliardi di euro di sussidi diretti e indiretti alle fonti fossili che sono causa dell’emergenza climatica, definendo anche lo stop agli incentivi all’uso dell’olio di palma nel diesel.

L’Europa ha fissato al 2030 l’anno di uscita dalla produzione di biocarburanti. Legambiente chiede che l’Italia anticipi questa scadenza, come ha già fatto, ad esempio, la Francia. Per questo a bordo del Treno Verde Legambiente chiederà ai cittadini di firmare la petizione #SAVEPONGO per fermare subito tutto ciò con una proposta legge inviata al Governo.