Castelvetrano, ricordo dell’arciprete Geraci

Per generazioni di castelvetranesi fu “l’arciprete” per antonomasia. Padre Melchiorre Geraci ricoprì invero quell’incarico pastorale – a cui forse non era vocato ma che assolse con grande dignità e integrità morale – affidatogli da mons.  Nicolò Maria Audino, il vescovo mazarese che lo aveva ordinato, dal 19 luglio 1937 al primo maggio 1973, data della sua morte. Molti della mie età lo ricorderanno come insegnante di religione al liceo, a cui però si chiedevano lumi su questioni di filosofia, di storia, di greco e latino, ma anche di matematica e scienze. Le sue messe domenicali erano affollate, anche da chi non era credente, per ascoltare le sue brevi e incisive omelie, pregne di riferimenti teologici, letterari – Dante in particolare –  o filosofici. Indimenticabili le sue conferenze al Pirandello o al Gioventù; mitiche le sue passeggiate col professore Vito Di Simone, agnostico docente di filosofia, col quale si intratteneva animatamente; e si dice che una volta, imboccato il viale Roma, i due, presi dalla foga della discussione, siano arrivati, senza accorgersene, fino a Santa Ninfa! Ma forse questa è, come tante, solo una leggenda metropolitana. Certo è che l’arciprete era un punto di riferimento per la comunità castelvetranese, quantunque avesse un carattere difficile, spigoloso, a tratti umbratile, che gli era costato, da giovane, la possibilità di una brillante carriera accademica ed ecclesiastica; e da vecchio, dopo la morte della madre, una penosa solitudine, temperata soltanto, prima, dalla carità dei padri Cappuccini e, alla fine, dalla pazienza del personale della Casa di riposo “T. Lucentini”, ove chiuse i suoi giorni, a 69 anni, essendo egli nato il 3 febbraio 1904.

Nel decennale della sua morte, un comitato di amici pensò di dedicare alla memoria del caro arciprete un busto da collocare in Chiesa Madre. Poiché, tuttavia, mancavano i fondi necessari, lo scultore Vincenzo Ferrer Bonanno offrì una sua fusione in bronzo che, tuttavia non fu giudicata sufficientemente somigliante e alla quale fu preferito, alla fine, il busto marmoreo dello scultore Mario Occhipinti che venne collocato, nel 1988, lungo la navata sinistra della chiesa dove, tuttavia, si trova. L’opera di Bonanno, per volontà del figlio Giuseppe Libero, fu donata alla Venerabile Fabbriceria della Matrice e collocata all’esterno della chiesa, lungo la via che porta il nome del compianto arciprete, al centro della tompagnata antica porta di Santa Rosalia. A seguito dei continui atti di vandalismo di cui fu purtroppo oggetto, la scultura è stata recentemente ricollocata nella sede del Liceo Classico “Pantaleo”, dove per tanto tempo insegnò, nell’andito che immette allo scalone principale. Circa la presunta mancata somiglianza del busto di Ferrer Bonanno col soggetto rappresentato, vorrei osservare che l’artista si è ispirato alla figura di padre Geraci già avanti negli anni, col viso scavato e segnato dalla malattia nervosa che, purtroppo lo affliggeva, così come appare, tra l’altro, in una delle ultime foto del caro sacerdote.

Bonanno ha inteso rappresentare la sofferenza e l’intimo travaglio di un uomo di fede che ha dovuto vivere la sua vocazione sacerdotale in una condizione psicologica difficile che non gli permise, tra l’altro, di lasciare nulla di scritto rispetto al sapere di cui era così facondo dispensatore.

Francesco Saverio Calcara