Castelvetrano. Le pagine del Filosofo

Vorrei tentare, nel giorno in cui si ricolloca la targa vandalizzata che riporta il titolo del singolare monumento a Giovanni Gentile – Le pagine del Filosofo – e il nome dell’artista che lo realizzò – Filippo Cusumano – posto, accanto al busto realizzato da Benedetto Risalvato, in piazza Carlo d’Aragona a Castelvetrano; vorrei tentare, dicevo, ispirandomi proprio a queste squarciate pagine di bronzo, che riportano passi significativi del filosofo castelvetranese, di tratteggiarne brevemente la personalità, di richiamarne l’importanza, di rivendicarne l’attualità.

La figura di Gentile, profondo pensatore, artefice dell’unica vera riforma della scuola italiana, protagonista e organizzatore della vita culturale nazionale nel primo Novecento (ricordo, fra tutte, l’immane impresa della Enciclopedia Italiana, la cosiddetta “Treccani”), è stata oggetto di una ingiusta damnatio memoriae per circa mezzo secolo, coincidendo la sua rivalutazione col cinquantesimo anniversario della sua tragica morte.

E partirei proprio dalla fine violenta del filosofo – qualcuno l’ha anche definita “necessaria” – richiamata nel nostro monumento dallo strappo delle pagine, quasi una coltellata evocatrice di quel tragico 15 aprile 1944, giorno in cui, tornando a Villa Montalto presso Firenze, Giovanni Gentile cadeva sotto il piombo dei gappisti Elio Chianesi e Bruno Fanciullacci.  

Tale morte, come quella di Socrate o di Bruno, acquista il senso esemplare di tutta la verità del suo pensiero, il cui linguaggio è quello dell’infinito, dell’unità, del compimento, dell’interpretazione critica della modernità, contrapposto a quello del cosiddetto “pensiero debole”, della crisi, della secolarizzazione, della “liquidità” che è all’origine dell’imperante relativismo contro cui recentemente, inascoltata e travisata, si è levata, lucida e chiara, la voce di Benedetto XVI. 

La morte violenta, dicevo, inflitta al filosofo, perché egli non vuole dividersi dalla verità che insegue, fu quasi preconizzata da Gentile nella sua ultima grande opera, Genesi e struttura della società,dove, forse preannunciando il suo destino, scrisse: «L’immortalità dell’uomo vivo è quella dell’uomo che vive perché muore sempre a se stesso: perché così vivendo, egli si muove nell’eternità, si immortala».

La scelta, che nel 2007 fu presa dal compianto Gianni Pompeo, di affidare a Filippo Cusumano – scultore di origine castelvetranese, residente da anni in Umbria – il compito di ricordare Gentile, attraverso la plastica rappresentazione – le “pagine” appunto – di frammenti dei suoi scritti, fu anche quella di privilegiare passi tratti dai Discorsi di religione, giacché il retaggio più grande della filosofia gentiliana è il suo farsi, per così dire, teologia; superamento del «piccolo io» e approdo «al grande Io» a un Dio che si realizza nella storia, con palese richiamo all’attestazione evangelica: «Il Regno di Dio è dentro di voi».

Anche la concezione dello Stato, richiamata dai frammenti riportati sull’altra “pagina” del monumento, che per Gentile si riallaccia alla grande tradizione risorgimentale, si ispira ad uno spirito schiettamente religioso. Lo Stato non può non generare energie morali. In esso devono confluire gli interessi individuali in una sintesi più alta nella quale si realizza la vera libertà. Attualissima, in tal senso, è la preoccupazione gentiliana di ricostituire la coscienza della nazione italiana in quella tensione della responsabilità del pensare che era la continuità religiosa del Risorgimento, secondo gli ideali dei grandi riformatori della metafisica cattolica, quali furono Rosmini e Gioberti.

La filosofia in Gentile assume dunque un nuovo ruolo, quello formativo: edificare la comunità della Nazione, promuovere l’educazione morale e civile degli Italiani. La cultura, in definitiva, come strumento per creare una coscienza comune condivisa, è forse il più grande e attuale lascito del filosofo di Castelvetrano, di cui, oggi come non mai, dobbiamo sentirci orgogliosi d’essere concittadini e, per quanto possibile, eredi.

Francesco Saverio Calcara