La peste

Mi aggiravo stamattina per la città in cerca della farmacia di turno e lo strano spettacolo di strade e piazze insolitamente deserte, a causa del ben noto virus che tanta paura e incertezza sta seminando, mi ha portato a pensare all’analoga atmosfera che, nei secoli passati, dovette accompagnare il temutissimo contagio della peste, malattia che, per la sua forza distruttrice, è diventata, nell’immaginario collettivo, “la morte nera” da esorcizzare. La letteratura, sin dall’antichità, ci ha lasciato famose descrizioni del terribile morbo: dalla peste di Atene del 430 a.C., raccontata da Tucidide; a quella del 1348, che fa da cornice al “Decameron” di Boccaccio; all’altra ancora del 1630, narrata, con dovizia di particolari storici e acute osservazioni psicologiche, da Manzoni ne “I Promessi Sposi”, e, finalmente, alla peste di Camus nel romanzo eponimo.

La peste bubbonica, così chiamata per le tumescenze nerastre che comparivano soprattutto in corrispondenza delle ghiandole, ad esempio sotto le ascelle, era una malattia dell’apparato respiratorio, indotta dalle pulci dei ratti e diffusa per contagio. Essa si presentava a cicli costanti e assumeva il carattere pandemico all’incirca due volte ogni secolo. Pertanto, quella descritta dal Manzoni fu preceduta, nel 1576, dalla famosa “peste di S. Carlo” (così chiamata perché vide l’eroica azione di assistenza e carità del cardinal Carlo Borromeo), morbo contro il quale, in Sicilia, dovette misurarsi il nostro principe don Carlo d’Aragona, allora presidente del Regno, il quale impose rigorosi provvedimenti, sia nella profilassi, sia nella repressione dei delitti, allo scopo di fronteggiare la morìa, nel corso della quale ebbe a distinguersi il medico palermitano, di origine regalbutese, Gian Filippo Ingrassia.

La peste che devastò la Lombardia nel 1630 si era già manifestata qualche anno prima in Sicilia, giunta dalle vicine regioni del nord Africa, e interessò, dal 1624 al 1626 anche la nostra città. Una prima avvisaglia la ricaviamo da un biglietto vicereale inviato, il 19 giugno 1624, ai giurati di Mazara, dove così si dice: La informatione che viene che nella costa di Barberia corra male contagioso di peste, obbliga a far le diligenze necessarie per la preservazione di questo Regno e per cui ordiniamo che non si ammetta navella alcuna che venghi di Barberia o venendo di altra parte habbia toccato in Barberia e non solo non se li dia prattica ma non si ammetta a quarantena ma si mandi via ad ingiunzione al Patrone e marinai che sotto pena della vita naturale non habbiano di curare né mettere in terra persona né robba di sorte alcuna in nessun loco di questo Regno … e perché si tengano le guardie ordinarie e senza altra spesa alle medesime, darete carico che siano in vigilanza che li navelle tali non gettino genti né robbe per terra e succedendo tuttavia che si ritrovassero robbe di lontano ne si appicci foco acciocché nessuno li pigli e tanto si usi ogni espressa diligenza acciocché le guardie stiano co la dovuta vigilanza et usino le diligenze necessarie, farete rivederle da sopraguardie che siano di molta confidenza, le quali si potranno eligere a Mazara per dar spesa all’Università e capitando vascello che venghi o habbia toccato per quelli porti, ne darete subito avviso a noi, oltre le delegenze suddette.

Ciò nonpertanto, il male colpì la Sicilia e anche la nostra città, desolandola per quasi due anni. Di quella peste ha trattato Giovan Battista Ferrigno in un opuscolo del 1905, poi riedito a cura del Kiwanis, attingendo alla cronaca del notar Vincenzo Graffeo, scritta nei primi fogli del suo registro dell’anno 1623-24, e a qualche altra fonte d’archivio. Ed è singolare come, nelle pagine dello storico castelvetranese, si ritrovino, mutatis mutandis, fatti e contesti analoghi a quelli che il corona virus ha indotto anche ai nostri giorni.

Il contagio dunque fu portato da un vascello giunto da Tunisi con alcuni cristiani riscattati, che, tornati ai paesi d’origine, malgrado le tardive disposizioni del viceré Emanale Filiberto di Savoia che ne aveva ordinato la segregazione e la custodia, diffusero il male in Sicilia.

Nonostante le misure apprestate per isolare la città, creando una sorta di cordone sanitario, ponendo guardie alle porte, limitando i movimenti dei cittadini, restringendo il commercio (eccetto quello del vino) e costituendo una Deputazione di sanità, la pestilenza si propagò pure a Castelvetrano, quando, ai primi di agosto del 1624, morì un tal Mariano Lupo venuto da Palermo ammalato di contagio e con lui altre cinque persone nelle case di detto Lupo.

Accertata la presenza dell’epidemia, i giurati e la Deputazione di sanità ricorsero a misure più rigorose, quali la chiusura degli sbocchi delle vie, non potendosi, come pure s’era pensato in un primo momento, ripristinare la cinta muraria che, essendo troppo lunga (circa tre chilometri), avrebbe richiesto un impegno finanziario eccessivo; inoltre, ciascuno dei quattro quartieri in cui era divisa la città fu affidato ad un capitano d’arme coadiuvato da un servente.

Il principe don Diego, che preferì rimanere a Terranova, il 18 giugno 1624, con atto in notar Francesco Manzo di Palermo, nominava suo procuratore generale, con facoltà di sostituire, don Giovanni Ventimiglia che, valendosi di detta facoltà, a sua volta designò don Francesco Romano Colonna, il quale, con nomina del luogotenente del regno card. Doria e del Tribunal del Real Patrimonio, fu investito di tutti i poteri di capitano d’armi. A giudizio del notaio Francesco Graffeo, il Colonna guvernao bene et severamente . Questi, il 30 maggio del 1626, fu sostituito da don Leone Rosselli, che rimase nella carica fino al 24 novembre dello stesso anno .

I due procuratori si avvalsero efficacemente, assieme ai giurati, della Deputazione di salute a cui affidarono il compito di ricercare e approntare i più opportuni mezzi di intervento. Essi furono quelli provati e codificati circa cinquant’anni prima da Giovan Filippo Ingrassia, nel corso della peste del 1575, quando Carlo d’Aragona, che ne aveva, come detto, sperimentato le capacità, lo nominò deputato-consultore e protomedico del Regno. Dell’intensa attività medica svolta da lui durante la pestilenza rimane un documento di notevole utilità, la Informatione del pestifero et contagioso morbo, lavoro che espone in tutti i suoi aspetti la politica di difesa sanitaria cinquecentesca , mentre le Ordinationi dello stesso Ingrassia sintetizzano le regole fondamentali di lotta e di intervento contro il male. Il Senato di Palermo volle ristampare le Ordinationi all’insorgere della peste nel 1624.

A Castelvetrano, seguendo questi schemi classici di intervento, gli stessi in fondo che si stanno esperendo oggigiorno, si posero guardie alle porte della città affinché venissero bloccati quanti, provenienti da centri contagiati, potessero diffondere il male nell’abitato. Costoro venivano trattenuti ed obbligati a far la quarantena alli Bigini, allo Staglio, al Convento di Nostra Signora de’ Miracoli, alle stanze di Monteleone, a quelle di Ballatore, alla Santissima Trinità, alla chiesa di San Bartolomeo (quella, non più esistente, in contrada Giallonghi) e altri luoghi, custoditi col massimo rigore .

Oltre ai rimedi umani, si era ricorso anche alla fede; e invero, ancora prima che il male si manifestasse a Castelvetrano, si era implorato affinché la città ne fosse preservata con pubbliche orazioni, messe, quarantore e processioni, come quella del 20 luglio 1624 quando il simulacro di S. Sebastiano fu solennemente trasportato dalla propria chiesa (oggi N. S. degli Agonizzanti) in Matrice, col concorso di un immenso popolo accompagnato dal lamento delle prefiche.

Scoppiato che fu il contagio, si volle vedere in esso un castigo divino, come confessano, il 12 gennaio 1625, i giurati di Castelvetrano, lamentando che sono stati tanti li peccati nostri e di tutto il populo di questa città che han provocato con giustissimo sdegno a sua Divina Maestà a castigarne con sì gran castigo del mal del contagio et avendo incominciato il pietoso Iddio a toccarne leggermente con il suddetto male acciò pentiti avessimo domandato perdono delli nostri peccati noi in cambio di penitenza l’habbiamo piò che mai giornalmente offeso et sdegnato, onde vedendone ostinato va accrescendo di giorno in giorno piò il male secondo la moltitudine dei nostri peccati . Lo stesso consiglio fece voto di far fabricare nella chiesa maggiore uno altare con farce un quatro in honore della Immacolata conceptione di nostra Signora, santo Rocco et santa Rosolea . Il voto fu adempiuto soltanto nel 1633, quando, il 6 agosto, fu pagata la rilevante somma di onze 58 ad un valente pittore palermitano (probabilmente Pietro Novelli, il Monrealese) per un quadro, posto nella nuova chiesa dei Cappuccini, raffigurante l’Immacolata, S. Rocco e la Gloriosa santa Rosalia . Era Rosalia Sinibaldi la vergine palermitana, il cui corpo, rinvenuto quello stesso anno sul monte Pellegrino, si dice avesse liberato Palermo dal terribile morbo. Assieme a S. Rocco e a S. Sebastiano, tradizionali protettori dalla peste – a cui da noi si aggiunse anche un fra Pietro da Castelvetrano, cappuccino esemplare, morto in concetto di santità – la vergine siciliana assurse pertanto alla medesima funzione taumaturgica; cosicché da ogni parte se ne invocava la mediazione e se ne richiedevano le reliquie. Anche Castelvetrano reclamò la sua, e una folta legazione di gentiluomini della città, guidata dai frati Minimi, si recò, nel giugno 1625, a Palermo per ricevere una reliquia della testa della Santa. Così il Graffeo racconta il solenne arrivo del corteo: A dui ori di notti… detta cavalcata di dui in dui, ognuno con la sua torcia allumata a li mano, et a l’ultimo un patre di S. Francesco di Paula a cavallo con una cappa bianca scapellato portava detta santa reliquia; et con la musica innanti et diversi sacerdoti che portavano l’asti del baldacchino… la conducero per tutti li strati di questa città, domandando in ogni strata la misericordia con gran lagrime di tutto il populo… . La reliquia fu lasciata nella chiesa di S. Francesco d’Assisi e il giorno seguente, domenica 22 giugno, con una solenne processione, con grande luminarie et jochi di foco, trommetti, tammurri, si portò nel piano di S. Francesco di Paola dove rimase esposta alla moltitudine per tre giorni . Un’altra reliquia, donata dall’abate Girolamo Prenestino, fu posta nel predetto altare di S. Rosalia nella chiesa Matrice, dove fu aperto un quarto ingresso (nell’attuale via Geraci) per favorire l’afflusso dei fedeli. Come era prevedibile, il grande concorso di popolo provocò una recrudescenza del male che proprio in quel mese segnò il massimo se non dei morti di certo dei contagiati. E tuttavia, nel luglio seguente, l’epidemia cominciò a scemare per cessare del tutto nel mese di agosto.

Durante l’imperversare della pestilenza, in città le persone sospette venivano barreggiate nelle loro case e qui custodite da appositi guardiani; poi, inchiodati gli usci e murati i cortili, gli indiziati di contagio erano inviati al Casale Bianco, un quartiere di cui non sussiste più traccia e che si estendeva dal monastero della SS. Annunziata verso il convento di Nostra Signora dei Miracoli, nel luogo ove in parte sorge l’attuale borgo Ruggero Settimo; mentre i contagiati venivano condotti al Lazzaretto, isolato di case che si estendeva dalla via che tuttora porta quel nome all’attuale via Quintino Sella, di fronte la chiesa e convento di S. Francesco di Paola.

Un volume conservato presso l’Archivio storico comunale registra puntualmente tali circostanze; vi leggiamo ad esempio, come a’ 18 settembre VIII ind.ne 1624 ah hora dell’Ave Maria si have barregiato la casa di Angelo Tilotta ed sua famiglia guardata da Filippo Calcara guardiano giorni 28 stante aversi trovato cose contagiate… A 19 di ottobre VIII ind.ne 1624 si ha dato licenza a Filippo Calcara guardiano, stante che Angelo Tilotta et tutti suoi figli si hanno trasferito al casale bianco e si ha dato licenza al guardiano ad hore 14. E ancora, nello stesso giorno, all’avemaria, si have barricato le case di Catterina Dulci con due figlie et la casa di Antonino Prinzivalli guardati da Nardo Lo Monaco…; una nota in margine anche qui specifica che a’ 17 ottobre li detti si portao al casale.

Le case infette venivano trattate con calce, zolfo, trementina, acqua ragia; la purifica avveniva con incenso, rosa, pece greca, zolfo, storace, allume. Gli indumenti dei contagiati venivano bruciati, quelli dei sospetti portati alla lavanderia della Trinità, lavati, sciorinati al vento, ricomposti e conservati per essere restituiti ai proprietari.

Personale formato da sacerdoti, assistenti, medici fisici, inservienti, barbieri operava sia al Lazzaretto che al Casale Bianco. Nella cura degli appestati si distinsero Cappuccini e Agostiniani; tra i primi ricordiamo il padre Giovan Maria da Sutera che, contratto il morbo, ne perì; tra i secondi, un fra Vito da Mazara, anche lui attaccato dal male. Pure il cappellano del Casale Bianco, Nicolò Antonio Mangiapane, il sagrestano e il barbiere-infermiere Mario Matera furono vittime della loro abnegazione e del loro altruismo; contagiati, morirono anch’essi di peste.

Religiosi, medici e infermieri erano affiancati da basso personale di servizio: custodi, levatrici, balie. Alle balie venivano alternate capre per allattare i bambini. In entrambi i luoghi vi erano due reparti: uno per le donne e l’altro per gli uomini, e intorno ad essi, dei custodi, i quali, da apposite capanne e garitte, impedivano qualunque comunicazione con l’esterno. Speciali recinti erano destinati ai carcerati, né mancavano le forche. I degenti, almeno a giudicar dai documenti, erano trattati bene, sia per il servizio inappuntabile, sia per il vitto, scelto ed abbondante, di carne, polli, ottimo pane, vino eccellente. Al mantenimento dei poveri provvedeva in parte la carità privata, in parte il Cimune.

I cadaveri dei morti di peste vennero sepolti in fosse individuali, coperti di calce vergine e poi di terra, in un luogo poco distante dal Lazzaretto, poi chiamato dei Beati Morti, cimitero in cui fu posta a ricordo una croce, rimossa quando nel sito fu costruito l’attuale edificio scolastico. Nel definire beati i morti di peste, forse si voleva insinuare un messaggio che, in linea con gli orientamenti del concilio tridentino, tendeva a rafforzare la dottrina dei meriti che il fedele, attraverso la sofferenza, acquisiva conformandosi alla passione di Cristo. Era come voler dire che l’espiazione della pena, conseguita attraverso le tribolazioni del morbo, risparmiava all’anima il fuoco del Purgatorio, e la proiettava alle beatitudini della salvezza. Del resto, tale religiosità fu tipica di quel secolo, e sarà alla base della rifondazione, da parte di don Diego d’Aragona, delle chiese degli Agonizzanti e del Purgatorio, titoli che si imporranno rispetto a quelli precedenti di S. Sebastiano e S. Eligio. Interpretando il sentimento e la devozione popolare, che si iscriveva nella cornice teologica del suffragio e della intercessione, alimentando donazioni, elemosine e gesti di carità a chiese e pii istituti, il principe stesso, il 20 gennaio 1644 , festa di S. Sebastiano, guiderà una solennissima processione per trasferire dagli Agonizzanti al Purgatorio il quadro ov’erano depitti alcuni santi coll’anime purganti imploranti il lor suffragio… insieme colla statua di S. Sebastiano….

Tornando alla peste, a detta del Graffeo, il contagio mieté non più di 900 vittime, cifra confermata dal Ferrigno che adduce a riprova il fatto che la popolazione castelvetranese rimase sostanzialmente stabile, come stabile si mantenne il volume degli affari e delle contrattazioni registrato dai rogiti notarili.

La creazione della nuova parrocchia di S. Giovanni, avvenuta il 19 ottobre 1627, è una ulteriore conferma che la popolazione, in definitiva, non si era assottigliata di molto.

Tutto ciò smentisce una chiosa, di altro pugno, posta in margine al foglio 206 della Platea del Noto, in cui inopinatamente si afferma che la cittadinanza di Castelvetrano, allora di 24.000 abitanti (sic!), si sarebbe ridotta per la morìa addirittura di un terzo.

Le spese sostenute dall’Università furono ingenti: “Per il solo mantenimento dei poveri e degli ammalati – scrive Ferrigno – si spesero oltre 4000 onze” .
Gianni Diecidue, da un calcolo molto sommario, ritiene che, complessivamente, per tutte le occorrenze cui si dovette far fronte, la spesa non poteva essere inferiore alle 10.000 onze, corrispondenti agli introiti di tre anni di tutte le gabelle imposte.

Per circa un decennio, l’Università cercò mezzi ed espedienti per saldare i debiti, e solo nel 1640, aggiungendo due grani ai nove a tumulo che si pagavano per la gabella della macina, pensò di risolvere il problema.

E tuttavia, nemmeno la peste del 1624-26, che pure comportò una riduzione della popolazione di circa mille anime, riuscì a interrompere un favorevole processo socio-economico. Già negli anni immediatamente successivi si cercò con successo di colmare quel vuoto, anche attraverso incentivi atti a favorire la venuta a Castelvetrano di nuclei familiari esterni. Ci soccorre in tal senso un documento, agli atti della Curia Civile a 21 ottobre 1628, con il quale il duca di Terranova, rispondendo a una supplica di un tal Battista Maglioli della città di Palermo, che intende ad abitare nella città di Castelvetrano esso et sua moglie et figli, gli concede tale consenso more solito… franco di tutti gabelle pei anni cinque né sia molestato per niente senza espresso ordine nostro. E ancora, a’ 24 gennaio 1629, alludendo a li novi abitatori di detta Città, si ribadisce per essi il godimento degli stessi diritti e privilegi dei cittadini di Castelvetrano, prevedendo una pena di onze 50 e la disgrazia del principe nei confronti dei contravventori. Si stabilisce poi, per coloro che intendessero fissare in Castelvetrano la loro dimora, una plegeria [cioè una garanzia] di onze 5, ribadendo il godimento del diritto di cittadinanza.

Scorrendo il volume degli Atti civici del 1628-29, si riscontra come molti abitanti, che erano fuggiti durante il contagio, fossero rientrati in città e come diverse lettere di cittadinanza fossero rilasciate dai giurati a persone forestiere che chiedevano di risiedere a Castelvetrano.

Possa dunque, la memoria storica di quegli anni indurci a credere e a lavorare per la promozione e lo sviluppo di questa nostra città, allorquando usciremo, come tutti auspichiamo, dal triste momento che incombe. Ce la faremo.

Francesco Saverio Calcara

Gran parte del presente articolo è tratto dal I volume de “La città palmosa”, scritto in collaborazione con Aurelio Giardina.