Stare uniti nella pandemia: contamineremo ancora il mondo come le mosche di Marchegiani

(di Achille Sammartano)

Il senso dell’attualità, mai come ora, prende le connotazioni dell’imminenza, dell’imprescindibile bisogno di attuare ogni misura possibile per contrastare quello che in tanti, forse troppi, definiscono il “nemico invisibile”: il coronavirus. Un nome regale che nella sua qualità di untore e distruttore, lascia spazio alla possibilità di essere diversi da quelli che siamo stati ogni giorno, essere più soli. Come ogni re, come ogni uomo che abbia un problema.

Questa situazione di stasi continua e unanime ricorda“La linea”di Osvaldo Cavandoli, resa famosa per la prima volta dal Carosello nel 1969. Il soggetto è un personaggio che nasce e vive in un unico tratto bianco.

Ecco attualmente cosa siamo, un unico tratto bianco che continua o si spezza a seconda che le azioni di tutti coincidano o siano frastagliate, innalzate a scelta dal libero arbitrio o corrotte dal vivo edonismo. Tentiamo di urlarcela in tutti i modi la prudenza, sapendo che basta una falla nella linea del Cava per non far riuscire la figura. Quindi no, non è vero che siamo più siciliani, non è vero che siamo più italiani come non è vero che siamo più europei. Siamo esseri umani che si affidano, come quando da ragazzini ci si lasciava andare per gioco ad occhi chiusi tra le braccia degli amici, ad altri esseri umani. Soltanto questo.

Mentre scrivo queste parole, vengo disturbato dal suono fastidioso e insistente di una mosca che, cercando la luce del sole, trova e ritrova innumerevoli volte l’ostacolo del vetro. Oggi la comprendo più che mai. La invidio. Lei sarà libera una volta aperta la finestra, io no. Almeno fino a quando questa emergenza non sarà terminata.

Patendo da questa considerazione il 1969 si fa anno foriero di un’altra grande intuizione, sicuramente più volontaria e ricercata al punto da divenire premonizione: quella di Elio Marchegiani; il quale, presso la Galleria Apollinaire di Milano, mise in atto una installazione in cui novemila mosche vive sotto 350 bicchieri invadevano gli spazi espositivi. All’interno della gabbia di vetro le mosche erano costrette a vivere, nutrirsi, compiere i rituali dell’accoppiamento, terminando l’intero ciclo vitale per poi tornare in libertà nella loro funzione contaminante. La mosca rappresenta, nell’idea di Marchegiani, l’elemento livellatore di una società dove la fratellanza è riscoperta solo nel momento tragico dell’epidemia, momento che accomuna e livella tutti gli esseri.

Insomma, la pandemia ci rende uguali, ci rende uniti come mai lo siamo stati. Tuttavia non c’è da aver paura, ne sono certo: un po’ come le mosche, torneremo a contaminare il mondo.