lunedì, Agosto 15, 2022
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Aspetti emotivi e psicologi dell’isolamento: come viverli? Il punto di vista dell’esperto

La pandemia, con il conseguente isolamento che stiamo sperimentando, ci ha costretto a sperimentare una nuova quotidianità, a fare i conti con la vita in spazi ristretti, con la paura di ciò che sta avvenendo e che potrebbe accadere, a rinunciare al contatto con molte persone care. Ora che si prepara anche la fase due, ci costringe a immaginare una nuova vita in cui dovremo comunque fare i conti con il rischio del contagio e continuare dunque a mantenere le distanze.

Cosa significa tutto questo per gli individui? Ne abbiamo discusso con la dottoressa Mariangela Patti, Psicologa e Psicoterapeuta.

Dottoressa, immaginiamo che la perdita dei ritmi quotidiani e la vita in luoghi chiusi possano essere fonte di disagio. Dal punto di vista psicologico, quali sono le problematiche più comuni riscontrate in questo periodo?

Stiamo vivendo un’emergenza mondiale che si è manifestata attraverso una seria minaccia alla salute pubblica e che, inevitabilmente, ha generato reazioni psicologiche sia individuali che collettive.

L’emergenza coronavirus, infatti, ci ha imposto un cambiamento radicale del nostro stile di vita quotidiano: dalla frenesia delle innumerevoli cose da fare siamo passati all’insolita monotonia dello stare a casa, aggravata dalla limitazione della nostra libertà di movimento e dalla privazione del “contatto fisico” con le persone care.

Tutto questo può avere diverse conseguenze sul piano psicologico.

Una delle reazioni più tipiche in questi casi è sperimentare paura, emozione primaria fondamentale per la nostra difesa e sopravvivenza. In questo caso la paura, infatti, si è trasformata in attivazione e maggiore attenzione, per esempio per rispettare i protocolli di igiene. Tuttavia se la paura prende il sopravvento, diventando ingestibile, può indurre le persone ad attivare comportamenti impulsivi e irrazionali che rischiano di essere controproducenti (ad esempio l’assalto ai supermercati per fare scorta di cibo).

Tra gli effetti psicologici derivanti da un lungo periodo d’isolamento ritroviamo anche disturbi dell’umore, insonnia, depressione ed elevati livelli di frustrazione. In alcune persone, soprattutto quelle che si trovano in prima linea a contrastare il coronavirus o quelle che hanno subito la perdita di persone care, si possono sviluppare anche i tipici segnali di un disturbo post-traumatico da stress. Inoltre, se la sensazione di “pericolo” del coronavirus si insedia in determinate condizioni psicopatologiche, di fragilità o di disabilità la situazione può diventare molto più difficile da gestire.

È bene sottolineare, infatti, che le risposte individuali  variano in base alle risorse e al contesto di ciascuno. Avere questa consapevolezza è fondamentale per contestualizzare e dare legittimità al personale modo di reagire di fronte a quello che potremmo definire un “trauma collettivo”. 

Ha dei consigli da darci su come vivere al meglio questo periodo di sacrifici?

Il primo passo per contrastare il senso di disorientamento, provocato dall’isolamento forzato, può essere quello di strutturare la singola giornata in modo tale da organizzare al meglio il proprio tempo piuttosto che affidarlo al caso.

Si può cogliere l’occasione per investire su nuove attività o su quelle attività che, nonostante fossero desiderate, non potevano essere coltivate a causa della mancanza di tempo. È molto importante lasciarsi orientare da ciò che ci fa stare bene.

Alcuni pazienti mi hanno parlato di progetti ripresi, libri finalmente letti, persone contattate dopo tanto tempo. Per alcuni questo periodo di quarantena si è trasformato in un’inattesa spinta a riprendere o completare cose importanti lasciate in sospeso.

Naturalmente non tutti hanno la possibilità di sperimentare questo lato positivo del lockdown, soprattutto chi deve gestire il vivere quotidiano con l’instabilità economica che ne è conseguita o chi si è ritrovato sommerso dalla difficoltà di incastrare gli impegni telematici legati al proprio lavoro con i tempi della didattica a distanza dei propri figli. 

Anche il cercare di rispettare, per quanto possibile, alcune routine quotidiane può essere un buon supporto per sentire meno il peso del cambiamento. Gli orari dei pasti e il ritmo sonno veglia, ad esempio, costituiscono una parte importante del nostro iter quotidiano.

Altri utili consigli potrebbero essere: cercare di ridurre il tempo trascorso a guardare immagini impressionabili alla TV, ricercare informazioni solo da fonti affidabili e non entrare nel pericoloso vortice dei messaggi allarmistici che finiscono per alimentare una forma di pensiero catastrofico.

Quando, invece, prevale il senso di sopraffazione potrebbe essere utile fare riferimento ad un operatore sanitario o un professionista specializzato in grado di sostenere il bisogno di proteggersi dal coronavirus mantenendo un esame di realtà coerente rispetto alle circostanze e al contesto.

Come affrontare il rapporto con i figli e le loro emozioni? 

L’innata capacità di adattamento dei bambini è una grande risorsa rispetto alla necessità di introdurre importanti cambiamenti. “Grazie alla loro plasticità, i più piccoli saranno in grado più di altri di integrare questa esperienza con il resto del loro romanzo personale” (S. Andreoli). Naturalmente è importante che i bambini possano trovare negli adulti di riferimento una presenza piena in grado di offrire sicurezza e contenimento emotivo. I bambini colgono molto bene i segnali emotivi degli adulti; il modo in cui questi ultimi rispondono alla crisi e gestiscono le proprie emozioni costituisce per loro un modello di come si può reagire di fronte alle difficoltà.

Un aspetto molto importante nel rapportarsi con i propri figli, in questo difficile momento, è quello di mantenere il più possibile le loro abitudini e i loro orari oppure di guidarli a nuove routine quotidiane che alternino le attività scolastiche con il gioco e il relax.

Allo stesso tempo è necessario fornire informazioni, adatte alle diverse età, su ciò che sta accadendo, su come ridurre il rischio di infezione e su come tenersi al sicuro. Questo faciliterà il loro naturale bisogno di dare un senso all’improvvisa e prolungata privazione dei contatti con le persone care e delle varie attività che svolgevano, prima fra tutte quella scolastica. Ricordo ancora una delle prime conversazioni online tra mio figlio di 8 anni e i suoi nonni: “Non posso venire da voi perché devo proteggervi dal coronavirus!”, una frase breve che, oltre a racchiudere il grande amore per i nonni, mi ha fatto riflettere molto sul suo sentirsi “parte attiva” delle scelte che, nel rispetto delle normative, eravamo stati costretti a prendere per tutelare la salute dei nostri cari.

Tuttavia è possibile che alcuni bambini rispondano a questo improvviso e sostanziale cambiamento con comportamenti che richiedono una particolare attenzione: maggiore dipendenza dagli adulti di riferimento, rabbia, agitazione, incubi notturni possono essere alcuni esempi tipici. In questi casi può essere molto utile incoraggiarli ad esprimere la loro inquietudine (anche attraverso il gioco o un disegno) mostrando comprensione e affetto.

Ma se per i bambini può essere piacevole avere molto più tempo per stare insieme a mamma e papà, per gli adolescenti la situazione è un po’ diversa. Rimanere in casa per un tempo prolungato può diventare una vera e propria tortura. Il gruppo dei pari e i luoghi di ritrovo hanno un ruolo fondamentale. Molti temono di poter perdere i legami di amicizia o di amore che si erano costruiti, altri lamentano un senso di angoscia mista a rabbia perché si sentono derubati della loro vitalità e desiderio di autonomia.

Questa maggiore difficoltà a gestire la “reclusione” è legata anche al funzionamento cerebrale degli adolescenti: la maturazione delle aree deputate all’elaborazione delle emozioni predispone i ragazzi ad essere maggiormente interessati all’avventura e alla ricerca di stimoli nuovi. Quindi è come se avessimo chiesto di stare a casa a delle persone che, in questa specifica fase di sviluppo della loro vita, sono “programmate” per esplorare il mondo. È chiaro che il ruolo dei genitori, in queste circostanze, è ancora più delicato: se da un lato occorre fare leva sull’autorevolezza per far rispettare anche a loro il divieto di uscire, dall’altro è importante non sminuire e invalidare il loro bisogno di evasione.

Pensa che il rapporto con i figli possa essere in qualche modo cambiato in questo periodo? 

Più che cambiato penso che il rapporto con i figli si sia arricchito di novità, scoperta e opportunità di crescita. Passare molto più tempo insieme con i propri figli ha permesso di creare piacevoli momenti di condivisione e/o preziose collaborazioni. Allo stesso tempo ha richiesto una maggiore capacità di adattamento reciproco per trovare un nuovo equilibrio e un nuovo modo di stare insieme all’interno dello stesso spazio fisico. Anche dover gestire nuovi e diversi livelli di conflittualità  può rappresentare un buon allenamento per “affinare” la tolleranza e  il rispetto per la diversità di pensiero.

Come affronteremo il momento in cui ci diranno che potremo uscire nuovamente? Potrebbe sorgere anche una sorta di “paura” nello stare a contatto con l’altro? Ritiene che questo periodo possa segnare i nostri rapporti sociali da questo punto di vista?

La pandemia ha sconvolto il modo di lavorare, di fare scuola, di vivere in generale e, inevitabilmente, cambierà le nostre relazioni sociali. Il concetto stesso di “normalità” è destinato a cambiare per lungo tempo.

Finché non sarà trovata una cura in grado di sconfiggere il coronavirus, il distanziamento sociale rimarrà una misura necessaria per evitare i contagi. La fase due non ci consentirà di ritornare ad abbracciarci, baciarci o semplicemente darci la mano. Per tale ragione sarà molto importante interiorizzare questo cambiamento: riconquisteremo parte della nostra libertà ma dovremo convivere con un elevato senso di vigilanza e timore quando entreremo in contatto con altre persone. Per parecchio tempo dovremo accettare la perdita della “spontaneità” del contatto umano.

Non sarà semplice ma il bisogno di tutelare la salute personale e collettiva potrà continuare ad alimentare il buon senso e la capacità di adattamento di ognuno.

Il mondo è cambiato molte volte, spesso a causa di situazioni molto critiche dalle quali sono nati importanti progressi sociali, culturali oltre che sanitari. Dobbiamo augurarci che dalla sofferenza e dal dolore che stiamo attraversando possano “germogliare” nuove prospettive e solide consapevolezze in grado di tutelare sia la sicurezza che la bellezza dei rapporti umani.

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