Sicilia. L’isola che continua a non esserci

Il nuovo marchio per promuovere il turismo, ma che boccia i suoi creativi.

Regola fondamentale cui un pubblicitario è tenuto ad attenersi, è mai giudicare il lavoro di altri creativi. Le motivazioni che stanno alla base di una scelta creativa sono innumerevoli e complesse. Ad iniziare dal Brief ricevuto dall’Agenzia attraverso i propri account, e trasferito, poi, all’interno del gruppo di lavoro che comprende figure diverse e che hanno differenti obiettivi che dovranno confluire nell’unico obiettivo primario della Copy Strategy: l’End Result. Dunque, ciò che mi accingo a criticare rimane nell’area ipotetica, di una sana e rispettosa dei ruoli, relazione tra Agenzia di Pubblicità e Cliente.

Assumendo come oggetto quest’ultima considerazione, possiamo personalmente testimoniare che in Sicilia, ma anche nel resto d’Italia, è difficile riuscire a trovare relazioni Cliente-Agenzia rispettose delle relative competenze e della relativa disposizione a mantenerli oggettivamente proficui. Ci sarà sempre, perchè sempre c’è stato, un Cliente incapace di “giudicare” un lavoro creativo e strategico nella sua giusta dimensione prospettica, finalizzata al successo del prodotto. Un marchio è anch’esso un prodotto, come Nutella, o Coca-Cola. E per essere un prodotto ha una sua anima espressiva già contenuta nel suo proprio DNA. Il pubblicitario, il creativo, non deve far altro, come un michelangelo, che scolpire, escavare, e tirarla fuori, riconoscendone uno ad uno i Plus, e nel caso non fossero sufficienti, crearne di nuovi e appetibili, in quel percorso di creazione, funzionale al miglioramento della visione estranea del Prodotto stesso. Infine, se il Prodotto non c’è, va inventato. Dall’altra parte è possibile incontrare giovani e fantasiosi grafici, che non sono ancora dei creativi, entusiasti di un incarico importante che vogliono portare a termine velocemente, troppo velocemente, senza studiare. Il noto critico d’Arte Vittorio Sgarbi, nelle sue peregrinazioni linguistiche, spesso si inceppa in un mantra che completa il “capra capra capra capra…” che è “studia studia studia studia…”. E non ha torto. Occorre studiare ed aver studiato in ogni campo dello scibile umano, prima di concedersi il lusso di esprimersi per comunicare all’alterità. Un creativo pubblicitario, poi, nella sua innata schizofrenia di pensiero, occorre che abbia studiato e continui a studiare ogni cosa, sotto ogni aspetto dell’attule presente, considerando ogni funzione, e in ogni settore sociale, del passato. Unico modo per proiettarsi verso il proprio e l’altrui futuro, sorprendendo. E se non sorprende, è meglio che faccia un concorso alla Poste, con buona pace di tutti gli impiegati postali d’Italia…Che s’impieghi, diciamo allora.

Questo logotipo di cui parliamo, che non è un marchio e dunque non risulta essere marchiante, impressivo, memorabile, è una semplice esercitazione grafica. E tale è anche la trasposizione in video, che non risulta essere altro che un montaggio in iMovie, ad esempio, con una capacità comunicazionale di basso tenore espressivo e induttiva di assoluto e completo disinteresse. Ora, tralasciando per bonomìa, ogni riferimento a logotipi di altre regioni italiane, perfettamente identici nella costruzione concettuale, grafica e cromatica; e senza voler infierire, facendo riferimento a banche grafiche presso le quali è possibile acquistare, già confezionata, tale espressione graficizzata dei naming di tutti i Paesi del mondo, possiamo certamente affermare che i 30mila o 40mila euro, percepiti dall’Agenzia incaricata nella sua funzione creativa e di produzione, potrebbero anche essere considerati giusti, corretti e coerenti, nella loro misura economico-professionale, ma se di professionale non rimane nulla, sono da considerare sperpero di denaro pubblico.

Analizzare passo passo, questo rough-layout, perchè tale rimane, infine, è mortificante per tutti e non ci porterebbe a nulla, se non a renderci consapevoli di una sola verità sostenibile nel personale, chè di verità ne vivono miliardi, una per ogni abitante di questo Pianeta. La sola verità visibile proveniente dall’invisibile, è che questo logotipo rimane un semplice lettering, nemmeno tanto sofisticato nella ricerca del type, e che non ha la capacità di comunicarmi alcuna emozione riferibile a questa terra di Sicilia, nota nel mondo per i suoi vini, la sua storia millenaria, le sue ricette gastronomiche, la sua Arte consacrata e Brut. Un logotipo colorato che non ha uno stile unico e riconoscibile come tale, che non rispetta alcuna Unique Selling Proposition, e che non apporta una decifrabile, anche solo emozionalmente, Reason Why. Insomma, un logotipo colorato che se lo davi in out-line a un bimbo di quattro anni, ti veniva fuori un concetto strabiliante di contenuti che, invece, così, rimane imploso e improduttivo come un coitus nemmeno interruptus, ma mai iniziato.

I pubblicitari siciliani dovrebbero, a tal proposito, fare più attenzione a che il condom non sia sempre bucato. Perchè di questo, in fondo, si tratta. Siamo di fronte ad una falsificazione del rapporto Cliente-Agenzia, dove il Cliente, la Regione Sicilia, mostra, attraverso i propri delegati-scollegati, incompetenza e ignoranza comunicazionale, approvando e presentando al mondo, con orgoglio, un disegnino; mentre l’Agenzia si assoggetta per reconditi motivi personali che non siamo interessati a sondare efficacemente, ma che possiamo, come sempre immaginare attribuibili e ordinati da un pizzino politico.

Infine, ciò che i social definiscono Claim, o Pay-Off e che invece doveva risultare essere una Base-Line pro-attiva, si spegne nella coerente esposizione anglosassone, senza però generare il cambiamento di pensiero in chi legge e ascolta. Meglio sarebbe stato l’intervento di un esperto copywriter attraverso un più sano coinvolgimento tattico, diretto allo spirito personale, declinando la formulazione verbale in un “One to One” di reciproca soddisfazione delle parti: soggetto emittente e target.

Le giustificazioni addotte, oggi, dall’Assessorato al Turismo Sport e Spettacolo della Regione Siciliana: “Non è un logo ma una scritta. Sul logo si farà senza dubbio un concorso di idee non realizzabile per tempi e per altre vicissitudini amministrative troppo lunghe da spiegare. È una campagna legata al progetto da 75 milioni (fondo stanziato dalla Regione per il rilancio del turismo, ndr). Fatta in poco tempo e in periodo covid. Non è certo il logo che useremo a vita”… sembrano essere un paracadute estemporaneo, verificata l’incongruenza del prodotto finale, oltre che infantile per personaggi cui è demandata una funzione di cotanto impegno e responsabilità.

Mi viene da pensare… che se questa scritta-logo (o lega? n.d.r.), così definita dallo stesso neo-assessore ai Beni Culturali della Regione Sicilia, è costata, pare, si dice in giro, dai 30mila ai 40mila euro, quanto costerà l’impegno di veri professionisti della comunicazione, chiamati a gareggiare in un prossimo futuro sulla creazione di un vero marchio? O assisteremo, per innato spirito burocratico-gestional-giustificativo, alle solite gare condizionate, condotte in funzione di raggiungere le aspettative dell’unica Agenzia già scelta e pilotata verso l’assegnazione?

Saremo felici di saperlo, in quest’isola felice che ancora non c’è.

Sal Giampino

Direttore Creativo/Copy