Covid. Test rapidi abbassano tasso positività statistiche

I tamponi rapidi entrano nelle statistiche nazionali dell’andamento dell’epidemia di Covid-19 in Italia. Se ad ora è di fatto impossibile ripristinare il tracciamento, come ha rilevato anche dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), il conteggio dei test rapidi lascia sperare in una una fotografia più precisa della diffusione del virus nel Paese. Tuttavia ci sono molte domande aperte, soprattutto su affidabilità dei test e rischio che possano viziare i dati.

Dal 15 gennaio per la prima volta il numero dei tamponi rapidi eseguiti in Italia è riportato in una colonna specifica nel bollettino quotidiano del ministero della Salute, accanto alla colonna dei test molecolari. I due valori confluiscono poi in un unico conteggio, influenzando direttamente il calcolo del tasso di positività basato sul rapporto fra casi positivi e tamponi eseguiti.

L’ingresso dei risultati dei tamponi antigenici rapidi nelle statistiche è previsto nel documento del ministero della Salute relativo all'”Aggiornamento della definizione di caso Covid-19 e strategie di testing”, secondo il quale i test rapidi di prima, seconda e terza generazione entrano nel calcolo dei casi positivi, del tasso di positività e anche dell’indice di contagio Rt, accanto ai test molecolari, gli unici finora entrati nelle statistiche e considerati, scrive lo stesso ministero, “il gold standard internazionale per la diagnosi di Covid-19 in termini di sensibilità e specificità”.

Di test rapidi ne esistono moltissimi e quelli di prima e seconda generazione hanno sensibilità e specificità circa mille volte inferiori rispetto al molecolare e cento volte inferiori rispetto ai test di terza generazione, dalle prestazioni dieci volte inferiori rispetto a quelle dei test molecolari.

Tuttavia il documento del ministero “non specifica quali siano i test rapidi, ma indica che tutti i test utilizzati debbano avere una sensibilità superiore all’80% e una specificità superiore al 97%”, osserva il virologo Francesco Broccolo, dell’Università di Milano Bicocca e direttore del laboratorio Cerba di Milano. “Il rischio di conteggiare insieme tutti i test, compresi quelli notevolmente meno sensibili di prima e seconda generazione, rischiamo di avere una positività certamente viziata da questa sensibilità inferiore: per esempio, su 250.000 tamponi complessivi potrebbe esserci una quota di falsi negativi stimabile in almeno 10-20%, il cui numero dipenderà dalla distribuzione di test antigenici e molecolari sul computo totale dei test effettuati. Stiamo assistendo ad un aumento dell’utilizzo dei test antigienici, perché rapidi e facili da effettuare in farmacie, drive-in, poliambulatori”.

Si rischia così “di sottostimare sia la percentuale di casi positivi sia l’indice di contagio Rt, con una generale sottostima del quadro epidemiologico reale e relativi effetti sulle misure di restrizione adottate sulla base di questi dati”.

Non ci sono numeri sulla diffusione dei diversi tipi di test rapidi, ma attualmente, “i test antigenici rapidi di terza generazione sono utilizzati quasi esclusivamente negli ospedali, mentre nella maggior parte dei casi – osserva Broccolo – si fanno test di prima e seconda generazione”.