Decreto Sostegni, critici i rappresentanti dell’imprenditoria

Il Decreto Sostegni approvato pochi giorni fa mette sul piatto circa 32 miliardi di euro per fronteggiare l’emergenza Coronavirus a sostegno di imprese, famiglie e lavoratori. Gli interventi si articoleranno in 5 ambiti: sostegno alle imprese e agli operatori del terzo settore; lavoro e contrasto alla povertà; salute e sicurezza; sostegno agli enti territoriali; ulteriori interventi settoriali”.

11 miliardi di euro a fondo perduto sono messi a disposizione di aziende o liberi professionisti abbiano subito perdite di fatturato, tra il 2019 e il 2020, pari ad almeno il 30 per cento, calcolato sul valore medio mensile. Il nuovo meccanismo ammette le imprese con ricavi fino a 10 milioni di euro, a fronte del precedente limite di 5 milioni di euro. I ristori, che dovrebbero essere distribuiti già dall’8 aprile, vanno da un minino di 1000 euro per le persone fisiche e di 2000 per le aziende fino ad un massimo di 150mila euro. Per accedere agli aiuti, il Governo Draghi ha cambiato i parametri, non saranno quindi più presi in considerazione i codici ATECO. Basterà presentare un’autocertificazione.

A questo si aggiungono altri 1,5 miliardi per la sospensione dei contributi previdenziali per i professionisti che nel 2020 hanno subito un calo di fatturato maggiore del 33% rispetto al 2019 e 700 milioni per il sostegno alla filiera della montagna, la proroga della cassa integrazione e il blocco dei licenziamenti.

Duro tuttavia il commento  di diverse associazioni di categoria.

La Fipe (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) pur evidenziando la necessità  del decreto Sostegni, lo ritiene non sufficiente. “Da settimane si parlava di aiuti perequativi, selettivi, adeguati e tempestivi e questi aggettivi non descrivono le misure proposte”  – ha dichiarato il presidente della Federazione, Lino Enrico Stoppani. “Ci si lamenta del nanismo delle imprese italiane e poi si mette un limite di 10 milioni di fatturato per accedere ai sostegni – continua Stoppani – e ancora si dichiara che i contributi sono calcolati sulla perdita di fatturato annuo, ma in realtà si indennizza una sola mensilità media. C’è la spiacevole sensazione di voler aggirare il problema”.

Da una simulazione effettuata dalla stessa Fipe emerge che il ristorante tipo che nel 2019 fatturava 550mila euro e che nel 2020, a causa degli oltre 160 giorni di chiusura imposti dalle misure di contenimento della pandemia da Covid, ha perso il 30% del proprio fatturato, 165mila euro, con il decreto Sostegni beneficerà di un contributo una tantum di 5.500 euro.

Situazione simile per un bar tipo. Secondo la Fipe, chi nel 2019 fatturava 150mila euro e ne ha persi 25mila a causa delle restrizioni, avrà diritto a un bonus di 1.875 euro, il 4,7% della perdita media annuale. 

Per la Fipe dunque quella attuale è solo “una fragile stampella” mentre la necessità vera è uscire  dall’ottica dei sostegni temporanei  e pensare ad un piano che possa permettere alle imprese di tornare a lavorare e che dia un futuro a chi da un anno è fermo o quasi.

Confesercenti parla di una “ennesima, grave delusione per gli imprenditori”. L’associazione plaude al superamento dei codici Ateco ma  aggiunge che “complessivamente – e ancora una volta – le risorse assegnate dal DL Sostegni per le imprese sono assolutamente insufficienti: anche considerando le tranche di contributi a fondo perduto arrivati lo scorso anno, si copre meno del 7% del fatturato perso dalle attività economiche nel solo 2020”- Confersercenti evidenzia anche che“non c’è assolutamente niente per il primo trimestre del 2021, che invece di portare la pronosticata ripresa, ha visto aggravarsi ulteriormente l’emergenza delle imprese, ormai esasperate”.

Per la Confesercenti  “anche il sistema dell’autocertificazione – in piena rivoluzione digitale – ci fa capire quanto siamo ancora lontani dal potere utilizzare con efficacia le banche dati di cui disponiamo: pare che la tracciabilità, su cui negli ultimi anni, funzioni solo in un senso”

Preoccupazione è stata espressa anche da Assohotel: “Solo nel 2020 gli imprenditori del settore alberghiero hanno visto bruciare 11 miliardi di fatturato, con cali di presenze turistiche dal 50% al 90%, soprattutto nelle città d’arte. Per questo su tariffe, canoni e costi fissi degli alberghi occorre fare di più. La riduzione del 30% del canone Rai, disposta dal decreto Sostegni, è di fatto inaccettabile: le stanze sono vuote ma ci viene chiesto ugualmente di pagare un abbonamento televisivo, già corrisposto per intero l’anno scorso, per degli apparecchi che nessuno utilizza”. – dice vice presidente vicario di Assohotel, Nicola Scolamacchia, in una nota- “Di fronte a ristori così esigui – sottolinea – il minimo che si possa fare è aiutare le imprese a contenere le uscite. Chiediamo pertanto uno stop, per l’intero anno 2021, a tutti i canoni e le tariffe, da Rai a SIAE, insieme al prolungamento dell’esenzione dell’Imu fino alla fine dell’anno. E’ indispensabile, inoltre, un intervento diretto verso i comuni per un abbattimento della tassazione locale, in particolar modo per la Tari,  slegata dalla capacità di produrre reddito ed oggi la tassa più odiosa per gli albergatori”.

“Abbiamo accettato senza protestare e con spirito civile  – dice ancora Paolo Caurro, dell’ Anbc  (Associazione Nazionale Banqueting e Catering) –  ogni imposizione di chiusura, anche se non eravamo d’accordo. Ci siamo accollati investimenti significativi per trovare soluzioni che ci permettessero di continuare a lavorare in condizioni di sicurezza sanitaria, ma è stato tutto inutile: siamo fermi da un anno. E questo provvedimento del Governo dovrebbe soddisfarci? Era ben altro il cambio di passo che ci saremmo aspettati dal Professor Draghi”.