Agricoltura, l’Europa si confronta sulla nuova Pac

E’ in corso di discussione a Bruxelles, la riforma della Pac, la nuova politica agricola comune che si prospetta con un alta attenzione ai temi della sostenibilità e agli interventi che impattano sull’ambiente. Per l’occasione è intervenuto anche il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali Stefano Patuanelli che, presso il Consiglio dei ministri dell’Agricoltura dell’Ue, ha evidenziato come, per far fronte alle temi ambientali, sia necessario “un ampio set di strumenti da poter applicare con la giusta flessibilità.”

“La Pac è, e deve rimanere, la politica degli agricoltori e per gli agricoltori capace di generare esternalità positive per la collettività e per lo sviluppo delle aree rurali” – ha dichiarato invece la CIA – Agricoltori Italiani che vede nella Pac un strumento utile per far ripartire l’economia italiana.

Il progetto di riforma, avviato nel 2018, è stato fortemente influenzato da tutto quanto è accaduto nell’ultimo anno, le cui vicende hanno cambiato mercati, prospettive ed approcci nel tessuto economico mondiale. I punti importanti da affrontare sono diversi.  Secondo Cia, la riforma dovrebbe portare ad una redistribuzione più equa delle risorse e puntare al tema della sostenibilità. “Gli agricoltori europei sono pronti a fare la propria parte” – continua la confederazione che risponde positivamente all’idea di una Pac sempre più green “senza dimenticare mai – aggiunge  – che si tratta di una politica economica che, storicamente, esiste per sostenere il reddito degli agricoltori e assicurare l’approvvigionamento alimentare”.

Tra gli aspetti in discussione gli aiuti ai giovani agricoltori e alle piccole aziende agricole e la percentuale della dotazione nazionale degli aiuti diretti da riservare ad interventi a tutela dell’ambiente.  

Altro punto discusso è quello della condizionalità sociale, ovvero della riduzione degli aiuti in caso vengano violati i diritti dei lavoratori in merito al quale Patuanelli  fatto sapere di sostenere una posizione di compromesso che tenga conto dei diritti dei lavoratori ma che non incida eccessivamente sugli oneri burocratici per gli Stati.