Le negano di accompagnare il figlio disabile in classe. La mamma: «Negato diritto allo studio a mio figlio»

Il preside: «Ho applicato il regolamento».

L’articolo 29 del regolamento d’istituto recita così: «Accesso dei genitori nei locali scolastici. 1. Non è consentita per nessun motivo la permanenza dei genitori nelle aule o nei corridoi all’inizio delle attività didattiche, fatte salve le esigenze di accoglienza della scuola materna; 2. L’ ingresso dei genitori nella scuola, durante le attività didattiche è consentito esclusivamente in caso di uscita anticipata del figlio. Gli insegnanti pertanto si asterranno dall’intrattenersi con i genitori durante l’attività didattica anche per colloqui riguardanti l’alunno; 3. I genitori degli alunni possono accedere agli edifici scolastici nelle ore di ricevimento settimanali dei docenti».

Sono parole che apparentemente lasciano poco spazio all’interpretazione eppure, proprio perché parole, possono essere travisate, adattate alle circostanze, usate per impedire o consentire, per dare sollievo oppure per addolorare. La storia accaduta a Castellammare del Golfo nella scuola Pirandello è dolorosa appunto ed emotivamente molto coinvolgente. I protagonisti sono una mamma, Debora Palazzolo, un bambino bellissimo e disabile e un preside, Franco Navarra. Due adulti e un minore, tutti con le proprie ragioni e nessuno intenzionato a cedere. Pare che tutta l’amara vicenda sia iniziata il giorno in cui Debora Palazzolo, entrando a scuola, vede una bambina costretta a stare nel corridoio col proprio banco, dopo essere stata allontanata dalla classe. Sconvolta, chiede alla bidella di far rientrare la piccola in classe ma nel trambusto esce la maestra dalla propria aula e scoppia il “caso”. Debora viene “invitata” a farsi gli affari propri e a non avere nessuna autorizzazione per contestare il metodo didattico educativo dell’insegnante. Anzi pare che le avrebbe detto “tu nun sì nuddu” (tu non sei nessuno). Ma Debora non si lascia intimidire dall’atteggiamento della maestra e scatta una foto alla bambina sola nel corridoio e la porta al preside da cui spera di ottenere “giustizia”. Ma anche qui non ottiene conforto, anzi viene redarguita e messa alla porta. Debora allora decide di pubblicare la foto sui social per rendere pubblica la vicenda. Da quel momento, si innesca un meccanismo pesante che si ritorcerà contro di lei e soprattutto contro il bambino. Alle parole seguono i fatti che si concretizzano in una denuncia. Vengono avviate le procedure ordinarie e vengono informati gli Enti amministrativi competenti, ministero pubblica istruzione e anche l’autorità giudiziaria che farà il suo corso. Il preside convoca il Consiglio d’Istituto e viene presa la decisione di applicare il regolamento e pertanto le viene impedito di varcare la soglia della scuola, di lasciare cioè il piccolo nell’atrio dove verrà preso in consegna dal personale preposto all’accoglienza che lo scorterà in classe. Ma il regolamento vieta la permanenza ai genitori nell’istituto non certo l’ingresso ecco perché Debora Palazzolo ritiene che sia stato adattato ad personam per impedirle di controllare da vicino l’operato degli insegnanti e riscontrare eventuali anomalie. Questo divieto ha avuto conseguenze gravi. Da quel giorno il bambino, dolce e caparbio, si rifiuta di entrare in classe se non accompagnato dalla madre. È un’abitudine consolidata nel tempo per lui, un rito a cui non vuole rinunciare. Fin dall’asilo infatti Debora lo accompagna e forse in questo lui si sente rassicurato. Ma al preside pare che questo non interessi. Si innesca dunque una reazione a catena, un effetto domino e a pagare le conseguenze delle scelte dure ed irremovibili degli adulti è proprio l’elemento più debole. Per questo Debora si è rivolta ad un avvocato, per tutelare i propri diritti e quelli del figlio che da quasi un mese non va più a scuola.

E la meraviglia per una vicenda così incredibile, assume connotati che stupiscono e lasciano interdetti perché da una istituzione preposta allo sviluppo, non soltanto didattico nozionistico dello studente, ma anche psichico, non ci si aspetta trinceramenti. Eppure a trarne giovamento sarebbe proprio il bambino, sospeso, tirato, strattonato, conteso fra due adulti.

Il preside si difende dicendo che «è stato soltanto applicato il regolamento. Tutta la vicenda ha evidenziato la potenziale pericolosità della presenza di estranei che possono entrare a scuola, per questo insieme al consiglio abbiamo deciso di vietare l’ingresso ed estenderlo a tutti.  Non è stata una ripicca. La Palazzolo non doveva pubblicare la foto sui social. Un alunno può essere allontanato dalla classe, l’importante è che sia sotto il controllo del personale scolastico. Non sono illeciti a discapito del bambino. Non abbiamo modificato il regolamento per sfavorire e penalizzare la madre. Le questioni di principio non portano a cose buone anche per l’educazione del bambino. Non è un buon esempio. Il bambino va tutelato. Mi hanno dato del despota e dell’insensibile e che voglio fare sopruso abusando del mio potere. Le regole vanno rispettate. Se tutti i genitori entrassero a loro piacimento sarebbe il caos. Credo che la madre stia strumentalizzando il bambino per i suoi principi. Il bambino è dolce e sta soffrendo per questo motivo. Noi non abbiamo allontanato il bambino dalla scuola e il fatto che sia assente ci dispiace».

Intanto in questo gioco delle parti, in questo rimpiattino, il piccolo resta a casa e come dice la madre, sta subendo le conseguenze più pesanti.

2 Commenti

  1. Palese atto di discriminazione indiretta del disabile in violazione dell’art.2 Legge n.67 del 1 Marzo 2006. Nessun regolamento di istituto puo’ essere applicato in violazione di una legge.

  2. Essere accompagnato in classe per un disabile è ovviamente un diritto sacrosanto. Un regolamento di istituto che non lo prevede è un atto discriminatorio del disabile in violazione dell’art. 2 della Legge n.67 del primo Marzo 2006. Sarebbe opportuno l’intervento delle associazioni dei disabili per gli interventi di rito.

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